Dopo quattro anni di perdite, nel 2015 le banche italiane torneranno a realizzare utili per 3,8 miliardi di euro (21,5 miliardi se allunghiamo la previsione dal 2015 al 2017). Ad affermarlo è la nuova edizione del Banking Day Prometeia. Ma su queste previsioni pesano ancora i crediti deteriorati accumulati negli anni di crisi: che assorbono capitale e vincolano l’erogazione del credito.

Cresceranno i consumi
Secondo l’analisi, a trainare questa ripresa sarà il moderato aumento della domanda interna e, soprattutto, dei consumi, per cui Prometeia ha previsto per la fine del 2015 un positivo +0,7% e un +1,6% nei due anni successivi. «Grazie alla ripresa dei consumi, anche gli investimenti torneranno a crescere – afferma Lea Zicchino, Partner Prometeia. Inoltre, altri tre elementi sosterranno questo nuovo scenario: l’euro deprezzato, che darà maggiore input all’export italiano, il continuo calo del prezzo del petrolio e una politica fiscale meno serrata, che permetteranno alle famiglie italiane di disporre di un reddito più alto».
Crescita dei crediti in bonis
Al possibile aumento dei consumi, si lega indissolubilmente anche la ripresa della domanda di credito, prevista in risalita nella seconda parte del 2015. «Una ripresa modesta per il tasso di crescita del credito: +0,4% per quanto riguarda i crediti in bonis nel corso dell’anno e un consolidamento della dinamica che porterà nel 2017 a una crescita del 2,7% – dichiara Giuseppe Lusignani, Vice Presidente di Prometeia. Inoltre, si abbasserà il costo dei finanziamenti per effetto della riduzione dei tassi di interesse, le banche non riprenderanno più la raccolta obbligazionaria, lasciando scadere le obbligazioni fino a oggi sottoscritte, e continueranno a utilizzare i finanziamenti TLTRO della BCE».
Calo della raccolta diretta e crescita del margine di intermediazione
Il risultato, secondo Lusignani, è quindi un calo, anche per il 2015, della raccolta diretta delle banche (-2,2% in media), soprattutto per il forte calo delle obbligazioni (-10,5% in media), mentre riprenderà a crescere il risparmio gestito e l’utilizzo da parte della clientela dei conti depositi con durata prestabilita. «Nel 2015 il margine da clientela continuerà a espandersi (+10,9%), beneficiando dei minori costi della raccolta – prosegue Lusignani. Tuttavia, gli effetti del QE comporteranno una flessione degli interessi su titoli, che manterrà modesta la crescita del margine di interesse (+0,4%). Nel biennio successivo il margine di interesse dovrebbe progressivamente migliorare, anche per la ripresa dei volumi di credito, e crescere al 3% nel 2017. Il margine di intermediazione, invece, crescerà nel 2015: +1,2% medio nel triennio di previsione, sostenuto dall’aumento del margine di interesse e delle commissioni nette».
Ritorno al credito, ma con cautela...
Non solo, grazie alle politiche non convenzionali della BCE, il credito bancario dovrebbe crescere del 2,5% tra il 2015 e il 2017. Ma non si interromperà invece la crescita dei crediti in sofferenza, anche se a ritmi progressivamente più bassi. «È quindi probabile che le politiche di offerta delle banche rimangano piuttosto selettive – aggiunge Lusignani – soprattutto verso le imprese, per effetto della rischiosità ancora elevata dei prenditori e dei numerosi e stringenti vincoli imposti dalla regolamentazione».
... per via delle rettifiche sui crediti
Guardando ai numeri, infatti, nel 2014 le rettifiche nette sui crediti hanno raggiunto i 25,2 miliardi di euro, in riduzione del 16% rispetto al 2013 (grazie alle minori svalutazioni effettuate nell’anno dal Gruppo UniCredit che aveva anticipato gli effetti dell’AQR nel bilancio 2013) e il loro costo ha raggiunto i 30 miliardi di euro. Pr il triennio 2015-2017 il flusso cumulato di rettifiche su crediti dovrebbe scendere poco sopra i 50 miliardi di euro (dai quasi 86 miliardi del triennio precedente).
Costo del rischio e redditività
Naturalmente, il costo del rischio di credito ha un impatto diretto anche sulla redditività del sistema bancario. «Passando dai 200 bp stimati per il 2014 agli 88 previsti per il 2017, la riduzione del costo rischio dovrebbe favorire il ritorno all’utile delle banche italiane: poco meno di 4 miliardi di euro, per il 2015 e una media di 21 miliardi cumulati tra il 2015 e il 2017 – precisa Lusignani. Risultati che non permetteranno alle banche di recuperare quanto perduto negli ultimi quattro anni, con un impatto modesto quindi sul ROE: che arriverà al 3,7% nel 2017 partendo da un 1,4% nel previsto per il 2015».
I costi operativi
Rettifiche, costo del rischio di credito ma anche costi operativi sono le tre voci che rendono moderata questa ripresa. «Naturalmente anche nei prossimi anni le banche metteranno in atto strategie di recupero dell’efficienza operativa – spiega Lusignani – ma il processo di forte contrazione dei costi operativi realizzato negli ultimi anni riduce lo spazio per ulteriori aggiustamenti, anche in considerazione delle spese che potrebbero rendersi necessarie per gli adeguamenti prudenziali e il completamento del processo di revisione dei modelli di business».
La questione delle Popolari
Insomma, i costi operativi cresceranno: +0,5% in media e in questo ambito saranno rilevanti anche gli impatti derivanti dalla riforma delle banche popolari, con benefici che si realizzeranno solo nel medio periodo. «Il processo di aggregazione potrebbe avvenire in più fasi e arrivare, infine, a consolidare un numero ridotto di banche: magari si inizierà con una fusione tra due realtà, ma poi si amplierà progressivamente – spiega Lusignani. L’aggregazione delle popolari si trasformerà quindi in una sinergia di costo, anziché di ricavo, come succedeva per le SpA: saranno razionalizzati gli sportelli sul territorio (stima di un beneficio tra il 13-18%), aumenteranno gli investimenti in tecnologie per creare piattaforme uniche capaci di dialogare e mettere insieme le informazioni presenti nelle diverse realtà e, infine, si dovrà ridurre il costo delle strutture, con effetti sull’area del risk management e della compliance. Benefici che comunque non impattano in modo preponderante sulle nostre previsioni, in quanto gli effetti saranno misurabili solo dopo il conto economico del 2018: prima peseranno solo i costi di aggregazione».
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