SFDR e Pillar 3: la semplificazione ESG entra nella fase della convergenza

SFDR e Pillar 3
Luminita Naca, Founding Partner di Mint Solutions

Negli ultimi giorni sono arrivate due mosse regolamentari che, lette insieme, dicono molto più della somma dei singoli provvedimenti.

Da un lato, il Consiglio dell’Unione europea ha approvato la propria posizione negoziale sulla revisione della SFDR, il regolamento sulla trasparenza della finanza sostenibile.

Dall’altro, l’EBA (l’Autorità bancaria europea) ha pubblicato la bozza finale degli standard tecnici di attuazione (ITS) che aggiornano il framework di disclosure Pillar 3, includendo i rischi ESG, le esposizioni in equity e l’esposizione aggregata verso entità di shadow banking.

È bene notare come entrambe le iniziative semplificano nella stessa direzione: meno disclosure ridondante, più dati comparabili, maggiore proporzionalità e un collegamento più chiaro tra informazione ESG, rischio finanziario e allocazione del capitale.

Gli articoli 8 e 9 sono diventati categorie commerciali

La revisione SFDR interviene su una criticità nota: l’impianto attuale, nato come regolamento di trasparenza, è stato progressivamente usato dal mercato come un sistema di etichettatura impropria dei prodotti finanziari. Gli articoli 8 e 9 sono diventati, nella prassi, categorie commerciali, alimentando ambiguità, rischio di greenwashing e difficoltà di comparazione per gli investitori.

La posizione del Consiglio va verso tre nuove categorie di prodotti: “sustainable”, “transition” ed “ESG basics”: si sostituisce un linguaggio tecnico-giuridico con categorie più leggibili, ancorate a criteri più espliciti.

Particolarmente rilevante è il riconoscimento della categoria “transition”, che consente di valorizzare investimenti in imprese non ancora sostenibili, ma inserite in percorsi credibili di trasformazione.

È una scelta coerente con la realtà industriale europea: la finanza sostenibile non può limitarsi a premiare ciò che è già verde, ma deve saper accompagnare la decarbonizzazione dell’economia reale.

L’intervento dell’EBA sul Pillar 3

Anche l’intervento dell’EBA si muove lungo una direttrice di semplificazione, ma con un taglio prudenziale (naturalmente).

Gli ITS aggiornano il Pillar 3 per rendere le disclosure ESG più proporzionate, più coerenti e più integrate nel pacchetto complessivo di informativa bancaria.

Lo strumento si propone di migliorare la disciplina di mercato attraverso informazioni utili a valutare l’esposizione delle banche ai rischi ambientali, sociali e di governance.

In questa prospettiva, la sostenibilità è trattata come fattore che entra nella lettura del rischio, della qualità degli attivi e della resilienza del portafoglio, ben prima che venga vista come dossier reputazionale.

Quattro punti di convergenza

La convergenza tra i due documenti si coglie soprattutto su quattro piani.

Il primo è la proporzionalità. La SFDR cerca di alleggerire l’onere informativo sui prodotti finanziari, rendendolo più comprensibile e meno burocratico. L’EBA, sul versante bancario, calibra le richieste informative in funzione della natura, dimensione e complessità degli enti.

È la stessa logica che attraversa l’Omnibus sulla rendicontazione di sostenibilità aziendale: ridurre il perimetro degli obblighi più gravosi e limitare l’effetto a cascata sulle imprese più piccole.

Il secondo piano è la comparabilità. La SFDR riformata punta a categorie di prodotto più nette e a indicatori minimi comuni, in particolare sui principal adverse impacts quando utilizzati a supporto delle dichiarazioni di sostenibilità. Il Pillar 3 aggiornato lavora invece su template e istruzioni comuni per migliorare la confrontabilità delle banche. In entrambi i casi, la semplificazione non significa meno rigore: significa spostare l’attenzione da documenti lunghi e poco leggibili a dati essenziali, strutturati e confrontabili.

Il terzo piano è la transizione. La categoria “transition” nella SFDR e le disclosure bancarie sui rischi ESG parlano alla stessa esigenza: distinguere tra imprese staticamente “verdi” e imprese che stanno effettivamente trasformando modello operativo, investimenti, emissioni e gestione dei rischi. Questo è un passaggio decisivo anche per le PMI.

Dopo l’Omnibus, molte aziende usciranno dal perimetro obbligatorio CSRD, ma non usciranno dal campo informativo della finanza. Continueranno a ricevere richieste ESG da banche, investitori, capofiliera e rating provider, ma idealmente entro un quadro più proporzionato e più vicino ai dati realmente utili.

Il quarto piano è la qualità del dato. SFDR, Pillar 3, CSRD semplificata, standard volontari per le imprese sottosoglia e regolamento europeo sui rating ESG stanno componendo un’infrastruttura comune: meno dichiarazioni generiche, più tracciabilità delle fonti, delle metodologie e degli indicatori.

Il regolamento sui rating ESG, applicabile dal luglio 2026, rafforza questa traiettoria: chi produce rating dovrà rendere più trasparenti metodologie, governance, conflitti di interesse e separazione delle attività. Questo incide direttamente anche sull’uso dei rating da parte di banche, asset manager e imprese, perché rende meno accettabile l’utilizzo di score opachi o non spiegabili.

La sfida per le imprese e le banche

Il messaggio per le imprese è duplice: da un lato, la stagione dell’ESG compliance estensiva e indifferenziata sta lasciando spazio a un approccio più selettivo; dall’altro, i dati richiesti saranno probabilmente meno numerosi, ma più rilevanti, più verificabili e più collegati alle decisioni finanziarie.

La sfida - soprattutto per le imprese non quotate e sottosoglia CSRD - sarà costruire un set informativo essenziale, stabile e difendibile: emissioni, energia, esposizione ai rischi climatici, governance, politiche del lavoro, principali presidi sociali e catena del valore quando rilevante.

Per le banche, questo significa che la raccolta di informazioni ESG dalle controparti dovrà alimentare processi di credito, classificazione del rischio, disclosure prudenziale e dialogo con il mercato. Per gli asset manager, la nuova SFDR richiederà maggiore coerenza tra categoria del prodotto, strategia dichiarata, indicatori utilizzati e rating eventualmente richiamati.

Il nuovo equilibrio europeo

La semplificazione europea, quindi, va letta come cambio di architettura: meno rendicontazione prolissa, più interoperabilità tra norme; meno moltiplicazione di questionari, più convergenza tra disclosure aziendale, vigilanza bancaria, prodotti finanziari e rating ESG.

Sarebbe un errore interpretare la semplificazione come un abbassamento delle aspettative da parte del mercato. Il nuovo equilibrio europeo sembra andare nella direzione opposta: ridurre il rumore informativo per aumentare la responsabilità sull’informazione che conta.

In questo senso, SFDR e Pillar 3 non sono due cantieri separati, ma due tasselli dello stesso disegno: rendere la sostenibilità finanziaria meno dichiarativa e più utile alle decisioni di capitale.

 

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