Rendicontazioni di sostenibilità, l’Europa rallenta ma non si ferma

Rendicontazioni di sostenibilità, l’Europa rallenta
Giuliano Maddalena, Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari

Un’analisi superficiale, basata solo sui titoli dei grandi media, porterebbe a pensare che l’attuale legislatura europea, che ha mosso i primi passi nell’estate del 2024, stia gradualmente liquidando la cosiddetta “Dottrina Timmermans”, imponendo una radicale inversione di marcia a proposito delle rendicontazioni aziendali in ambito ambientale e sociale. Niente di più sbagliato.

L’evoluzione normativa comunitaria procede nella medesima direzione imboccata nel 2019 con il Green Deal, ma l’approccio è di maggiore prudenza. Il World Uncertainty Index, che misura il grado di imprevedibilità degli scenari economici globali, ha duplicato il record raggiunto nel 2020 con la pandemia.

L’industria europea, in particolare, vive uno stato di grande precarietà a causa della dipendenza energetica e di materie critiche e strategiche estratte o raffinate fuori dall’Unione, nonché della concorrenza commerciale dei prodotti provenienti dai paesi asiatici. In questa fase, ogni provvedimento che rischia di aggravare i costi delle aziende comunitarie, o di sfavorirle sul mercato, viene studiato con moltiplicata attenzione.

L’innalzamento degli standard ambientali e sociali rimane comunque la pietra miliare della strategia economica europea, non solo per gli obiettivi generali di salvaguardia ecologica e sociale, ma anche per:

a) rafforzare la propria autonomia strategica (per mezzo dell’economia circolare, che può trattenere valore nei confini dell’unione allungando la vita dei prodotti e fornire materie prime da riciclare alleggerendo il peso delle importazioni);

b) ribilanciare la concorrenza commerciale con quei prodotti extracomunitari che sono più competitivi in virtù dei minori costi ambientali e sociali applicati nei paesi di origine.

Il più grande errore che può commettere oggigiorno un’azienda europea, sull’onda dei titoli di giornale, è eliminare la sostenibilità e le relative rendicontazioni dalla propria visione strategica e di sviluppo. Il giro di vite sulle rendicontazioni è in corso, ma avviene in modo più graduale ed indiretto. Sul medio termine, rispetto a quanto si prevedeva nell’epoca Timmermans, gli effetti saranno esattamente gli stessi.

L’anteriore legislatura, sul tema delle rendicontazioni ambientali, ha prodotto tre direttive chiave.

  • La CSRD – Corporate Sustainability Reporting Directive (2022/2464/UE, recepita dall’Italia con il Dlgs 125/2024), che amplia la gamma delle società soggette ai doveri di rendicontazione sostenibile e introduce contenuti obbligatori nella reportistica.
  • La CS3D – Corporate Sustainability Due Diligence Directive (2024/1760/UE), che obbliga le grandi imprese a rendicontare le loro performance ambientali e sui diritti umani, e ad adottare piani di transizione per ridurre l’impatto climatico.
  • La direttiva “Empowering consumers for the green transition” (2024/825/UE), che contrasta le pratiche di comunicazione sleale in merito alle performance ambientali dei prodotti.

Nel 2023, inoltre, la Commissione ha pubblicato una specifica proposta di Direttiva sui Green Claims, contenente ulteriori provvedimenti contro il fenomeno del Greenwashing, tra i quali la verifica preventiva ed indipendente di ogni asserzione ambientale, basata su studi del ciclo di vita completo dei prodotti in grado di dimostrare e quantificare i vantaggi ambientali dichiarati.

Nel 2025 questo pacchetto normativo è stato rivisto. Il 26 febbraio 2025, la Commissione Europea ha proposto il "Pacchetto Omnibus di Semplificazione". Tale proposta è stata successivamente adottata e la Direttiva 2025/794/UE, comunemente nota come Direttiva "Stop-the-Clock", è entrata in vigore nell'aprile 2025. Essa modifica sia la Direttiva sulle rendicontazioni di sostenibilità aziendale (CSRD) che quella sulla due diligence (CS3D), ma senza alterarne gli scopi.

Per quanto riguarda la CSRD, la direttiva rinvia di due anni l’entrata in vigore degli obblighi di rendicontazione ESG per le imprese appartenenti alle seconde e terze “ondate” di applicazione (grandi imprese non già soggette a obblighi di reporting e PMI).

Restano invece invariate le scadenze per le imprese della prima ondata, già tenute alla rendicontazione nel 2025 sui dati 2024, così come per le imprese extraeuropee coinvolte dalla “quarta ondata”.

Gli obblighi di rendicontazione vengono semplificati per ridurre costi e complessità operativa. In relazione alla CSDDD, la Direttiva 2025/794 interviene essenzialmente sul calendario di attuazione, posticipando di un anno gli obblighi di recepimento degli Stati Membri.

A giugno 2025, la Commissione ha annunciato che avrebbe ritirato la propria proposta di direttiva sui Green Claims, chiarendo però, poco dopo, che non si trattava di una decisione formale. Allo stato attuale ancora non sono state prese decisioni, ma l’iter legislativo non sta andando avanti.

Lo scorso 16 dicembre il Parlamento Europeo, con larga maggioranza, ha approvato un accordo provvisorio con il Consiglio Europeo, composto dai governi, per circoscrivere l’obbligatorietà delle rendicontazioni ambientali e sociali solo alle imprese più grandi, semplificando inoltre le reportistiche, e introducendo obblighi di valutazione del rischio solo per i fornitori di filiera di grandi dimensioni.

Un approccio che, una volta ottenuta la ratifica finale del Consiglio Europeo, esenterà dagli obblighi di rendicontazione la maggior parte delle aziende, ponendo però chiari orientamenti in merito alla reportistica volontaria.

Una volontarietà che sarà indotta, fortemente, e in modo indiretto, dal contesto normativo e di controllo, oltre che dalla volontà dei consumatori. Il 5 novembre 2025 il nostro governo, su proposta del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha approvato un decreto legislativo volto a recepire la direttiva 2024/825 che vieta le dichiarazioni ambientali vaghe o non verificabili; sulle asserzioni ambientali non ci saranno verifiche preventive, ma di fronte alle possibili (e probabili) contestazioni dell’Autorità Antitrust, le aziende potranno difendersi efficacemente solo presentando rendicontazioni precise, misurabili, e corroborate da audit indipendenti. Le associazioni dei consumatori hanno gli occhi puntati.

 

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