Nata nel 1954, quando le banche private erano una minoranza, Pri.Banks è l’Associazione delle Banche Private Italiane: oggi conta 35 associati, rappresentativi del 7,09% del totale attivo del settore bancario. Complessivamente, parliamo di oltre 1.200 punti distributivi e 24mila dipendenti in tutta Italia. AziendaBanca ha incontrato Lorenzo Frignati, Direttore Generale di Pri.Banks, per scoprire il punto di vista dell’associazione sui megatrend che stanno trasformando il settore bancario italiano: la nuova fase di consolidamento, l’innovazione digitale, l’open banking e, naturalmente, la sostenibilità.
Alberto Grisoni. Dottor Frignati, dal 1954 a oggi è cambiato letteralmente tutto, e molto ancora cambierà nei prossimi anni. Chi è Pri.Banks, oggi?
Lorenzo Frignati. Pri.Banks è oggi il punto di riferimento per banche con assetto proprietario solido, spesso caratterizzato da una matrice famigliare e manageriale. Al modello di business tradizionale della banca commerciale, con prevalenza di raccolta e impieghi, se ne sono affiancati altri, riconducibili all’asset management, oppure alla specializzazione in specifici settori, come gli NPL, la gestione del credito o del factoring.
AG. Nell’associazione troviamo quindi realtà eterogenee: alcune con un forte legame con un territorio o una famiglia, altre innovative e digitali. La sfida della trasformazione del banking, però, è comune. Che ruolo avranno le banche private in questo scenario?
LF. Le banche private che rappresentiamo sono un vero e proprio punto di riferimento per lo sviluppo del tessuto economico e produttivo, sia per i cittadini, sia per le imprese. Un ruolo che nell’arco del prossimo anno sarà ancora più importante e significativo per la tenuta del sistema economico post-pandemia e per la messa a terra delle grandi risorse del PNRR. Per poterlo svolgere al meglio, come ha giustamente sottolineato il Governatore Visco, sarà essenziale avere un “governo societario adeguato” e un forte e diretto presidio da parte della proprietà punta esattamente a questo, cioè alla qualità del management.
AG. La tendenza è quella del consolidamento, con riferimenti a questo senso anche dal Regolatore, secondo un modello “grande è meglio”. Molte banche private sono di piccole dimensioni: che cosa pensate del consolidamento in atto?
LF. Il settore bancario italiano, a partire dagli anni Novanta, è stato interessato da un intenso processo di concentrazione che ha determinato una netta riduzione del numero di banche operanti. Ad oggi si contano circa un centinaio di operatori contro i mille di qualche decennio fa. Un trend che si sta riaccendendo anche in questi ultimi mesi ma che non implica necessariamente la scomparsa delle realtà medio-piccole. A nostro avviso non sempre, infatti, la strada dell’integrazione è la scelta vincente. La scomparsa dal mercato delle banche medie e piccole negli ultimi anni è stata prevista molte volte, forse troppe. Ma il periodo storico che stiamo vivendo dimostra che l’equazione banche piccole = senza futuro, non vale. Semmai vale il contrario. Quello delle dimensioni più grandi e delle necessarie aggregazioni è spesso un falso problema. Il sistema creditizio italiano ha ancora bisogno di crescere, ma in qualità più che in dimensione. Mi piace molto il concetto di “ecosistema bancario” dove c’è spazio per tutti.
AG. Come possono le banche piccole e medie restare in pista in un mercato bancario più consolidato?
LF. La dimensione è sì un elemento competitivo, ma non di certo l’unico. Le banche, così come le imprese, se ben amministrate non solo sono in grado di avere un futuro, ma di divenire un punto di riferimento all’interno dei mercati e dei territori in cui operano. Siano esse grandi, medie o piccole. Ci sono infatti realtà medio piccole che oltre a garantire la biodiversità del sistema sono tra le più vivaci in termini di innovazione, da intendersi sia sotto l’aspetto tecnologico, sia come capacità di porre in essere modelli di business innovativi, peculiari, efficienti e resilienti. Come dicevo, è sempre più importante ragionare in termini di ecosistema, di biodiversità. La capacità e velocità di adattamento non è correlata alle dimensioni bensì alla capacità e all’adeguatezza della gestione, elemento questo che può ritrovarsi nelle banche grandi così come nelle piccole. Non c’è mai stato un momento così favorevole nella storia della finanza come quello attuale in cui far emergere le proprie qualità, da intendersi come adeguatezza sia nel cogliere le nuove esigenze dei clienti, sia nel governare al meglio la tecnologia.
AG. Ecco, la tecnologia. Uno dei fattori differenzianti per competere. La proprietà privata è un acceleratore o un ostacolo all’innovazione?
LF. Abbiamo tra i nostri associati esempi di realtà fortemente innovative che hanno fatto dell’innovazione la loro specificità e il loro punto di forza. La trasformazione digitale e l’ingresso nel mercato di operatori FinTech sono tutti elementi che potrebbero mettere in crisi l’attuale modello di servizio delle banche in Italia, o rendere necessario un suo ripensamento in un’ottica più moderna. È indiscutibile che la tecnologia stia cambiando tutto. Alla rapidità sempre più esponenziale dell’evoluzione tecnologica si affianca una sempre maggiore ed estesa accessibilità. Non esistono barriere dimensionali per poter disporre delle soluzioni tecnologiche più avanzate, è solo necessario capirne l’importanza ed investire nella tecnologia più coerente per il proprio business. La capacità di governare la tecnologia trova un valido ausilio nell’open banking, consentendo anche a chi è più piccolo di trovare soluzioni nuove, ragionando in termini di open innovation. Inoltre, la dimensione può costituire un vantaggio grazie a strutture organizzative agili e flessibili e catene decisionali corte e maggiormente reattive.
AG. Quando si tratta di investire grandi somme in tecnologia, però, grandi dimensioni implicano anche economie di scala e capacità di destinare risorse all’innovazione…
LF. È vero, ma il bello dell’innovazione è che essa ha riguardato lo stesso meccanismo con il quale la tecnologia avanza. Le novità tecnologiche, di prodotto e di risorse nascono in ecosistemi aperti: è il mondo dell’open innovation che non richiede più disponibilità e investimenti enormi. La snellezza che contraddistingue alcune banche porta a selezionare la tecnologia più adatta alle proprie esigenze e lo strumento dell’open banking la rende immediatamente disponibile. In alcuni settori di attività - come la gestione delle transazioni, dei rischi, come quelli legati al credito o la relazione con il cliente - esistono soluzioni tecnologiche e innovazioni di processo facilmente accessibili a tutti e con investimenti contenuti.
AG. A livello di associazione che iniziative avete nell’ambito del digitale?
LF. Come Associazione ci proponiamo un ruolo di facilitatori organizzativi attraverso incontri di relazione e formazione che possano mettere a fattor comune le esperienze dei nostri Associati. Un esempio è Agorà Pri.Banks, una nostra iniziativa ormai consolidata, in cui scambiarsi esperienze, problematiche, soluzioni. Un incentivo per “fare rete” in senso proprio, rafforzando e intensificando i legami che già a vario titolo esistono fra gli Associati di Pri.Banks, declinandoli anche sotto un profilo marcatamente operativo. Tutto ciò senza minimamente interferire sulle singole scelte imprenditoriali e con grande attenzione a sviluppare una sana concorrenza. I fatti ci danno ragione in quanto all’interno di Pri.Banks si sono sviluppati e convivono imprese con orientamenti verso business profondamente diversi fra loro che hanno saputo differenziarsi rispetto al tradizionale e un tempo unico modello della banca commerciale.
AG. Non possiamo concludere questa intervista senza parlare di un altro tema forte degli ultimi anni: l’ESG. Come è vissuto dalle banche private il tema della sostenibilità, ambientale ma anche sociale?
LF. Negli ultimi anni i cambiamenti climatici e, più in generale, la transizione verso un modello di sviluppo sostenibile hanno assunto un’importanza crescente. Il tema ESG è sempre più sentito anche nel mondo della finanza. Le nostre banche stanno già facendo molto affinché le proprie risorse – logistiche, organizzative, umane – si orientino sempre più verso modelli di sostenibilità ambientale in senso stretto. Crediamo però che la vera sfida della sostenibilità richieda un radicale ripensamento dello stesso modello commerciale e creditizio. Anche la finanza, se ben gestita, può dare un contributo importante al cambiamento per migliorare la qualità di vita di tutti. Nei banchi delle Università si insegna che il settore del credito rientra nel cosiddetto settore terziario in quanto deve supportare il settore primario e il settore secondario. Agricoltura e allevamento saranno sostenibili se sapranno operare in modo diverso dalle pratiche attuali, arrestando il grave consumo di suolo; l’industria potrà interrompere il dissennato inquinamento solo grazie a un ripensamento dei processi produttivi secondo criteri di circolarità: crediamo fermamente che le banche, le nostre banche, possano e debbano rappresentare un volano decisivo per assecondare, valorizzare e accelerare la transizione verso un operare realmente sostenibile dei settori primario e secondario.