
Negli ultimi anni il tema degli NPE (Non Performing Exposure) è stato, anche a seguito della crisi del 2008, strategico per il settore bancario e, con estrema probabilità, continuerà a esserlo anche nei prossimi anni in funzione degli impatti causati dalla pandemia di Covid-19. Con l’obiettivo di fornire una visione complessiva e costantemente aggiornata del mercato, CRIBIS Credit Management, la società del Gruppo CRIF specializzata nella gestione in outsourcing dei processi di collection e di NPL management, ha prodotto un’analisi strutturata dell’andamento del rischio di credito e della dinamica delle procedure giudiziali.
In crescita il tasso di default per tutte le categorie
La prima area di approfondimento dall’Osservatorio, è rappresentata dalla fase di origination degli NPE, caratterizzata dal rischio di credito. Nello specifico, l’analisi dei tassi di default nel periodo compreso tra giugno 2016 e giugno 2020 mostra un andamento costantemente decrescente, in misura contenuta per le persone fisiche, più marcato per le persone giuridiche e ancora più pronunciato per le società di capitali. In particolare, nell’ultima rilevazione le persone giuridiche presentano un tasso di default compreso tra 2,5% e 3,5%, mentre per le persone fisiche questo è inferiore al 2%, seppur in crescita sotto la pressione dello shock economico causato dalla pandemia.

Lo stock tornerà a crescere
Considerando l’andamento degli stock di mercato degli NPE tra dicembre 2015 e giugno 2020, si evidenzia un trend decrescente delle posizioni deteriorate, che passa da circa 300 miliardi di euro a poco più di 110 miliardi di euro, con una riduzione più consistente tra il 2017 e il 2018. La contrazione più significativa è rilevabile nello stock di sofferenze, più che dimezzato rispetto alla rilevazione iniziale del 2015 (principalmente per effetto delle importanti operazioni di cessione di consistenti lotti di crediti inesigibili che hanno caratterizzato il periodo), a fronte di un calo molto più contenuto negli stock di Scaduti Deteriorati e Inadempienze Probabili. Un’analisi dedicata ai trend di mercato evidenzia la rilevante cessione di crediti da parte del sistema bancario verso gli investitori, pari a circa il 60% dello stock iniziale (210 miliardi di euro su 341 miliardi di euro).
3/4 dei crediti deteriorati imputabili alle Società non Finanziarie
La suddivisione in base alla tipologia di soggetti non finanziari mostra che il 77% dei crediti deteriorati presenti sul mercato a giugno 2020 fosse imputabile alle Società non Finanziarie (cioè società di capitali, società di persone e società semplici o di fatto con più di 5 addetti), con uno stock in netta contrazione rispetto a dicembre 2015, principalmente in virtù della riduzione delle sofferenze. Alle Famiglie produttrici (che comprendono imprese individuali e società semplici) è invece imputabile l’8% dello stock di crediti deteriorati, mentre alle Famiglie consumatrici è riferibile il rimanente 15% dello stock. Per quest’ultima categoria è più rilevante la quota di Scaduto/Deteriorato, che rappresenta circa l’11% del totale delle posizioni deteriorate rilevate a giugno 2020. Entrando nel dettaglio, lo stock di sofferenze per le Società non finanziarie a giugno risultava pari a 45,7 miliardi di euro contro gli 8 miliardi di euro delle Famiglie Consumatrici e i 5,8 miliardi di euro delle Famiglie Produttrici. Nel complesso, l’Osservatorio NPE evidenzia una quota di recuperato da parte del sistema bancario pari al 24% dello stock iniziale, a fronte di nuovi crediti deteriorati pari al 25%. Il recuperato da parte degli Investor è, invece, circa pari a circa il 30% dei crediti acquisiti.

La moratoria ha anestetizzato la rischiosità del comparto
Indubbiamente, nella prima parte del 2020 un ruolo certamente significativo per contenere la rischiosità del comparto è stato giocato dai provvedimenti straordinari varati dalle Istituzioni per minimizzare gli impatti della pandemia, tra i quali anche le moratorie che hanno consentito la sospensione del rimborso delle rate alle imprese in difficoltà. A questo riguardo, va sottolineato come la sospensione delle rate sia stata applicata a circa il 25% dei contratti rateali in essere tra le società di capitali. Relativamente ai contratti di finanziamento alle imprese, dall’analisi di CRIF emerge che il 72,6% delle richieste di moratoria sono riconducibili a società di capitali a fronte di una quota pari al 24% per le società di persone e del 2% per le ditte Individuali (il restante 1,3% non è attribuibile). Un altro dato significativo riguarda l’importo medio della rata mensile che è stata sospesa e il debito residuo, che risultano pari rispettivamente a 2.794 euro e 134.202 euro. Nello specifico, il 48% delle sospensioni delle rate ottenute dalle imprese si riferisce a mutui di liquidità (che per altro vedono la sospensione delle rate applicata a più del 30% dei contratti) contro una quota del 24,9% dei contratti di leasing e del 16,7% dei mutui di liquidità (per i quali è stata ottenuta la sospensione nel 45,5% dei casi). Seguono, con una quota minoritaria i prestiti finalizzati e quelli personali. Relativamente al 2021, i riflessi della recessione sulla sostenibilità del debito verranno ancora attutiti dalle misure varate dal Governo e dai bassi tassi d’interesse, ma certamente la gestione della rischiosità del comparto rappresenterà un fattore di attenzione per gli Istituti di credito, specie nel caso di una terza ondata di contagi nei primi mesi dell’anno. È invece previsto un progressivo ripiegamento nel 2022 grazie anche al consolidamento della crescita economica.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di gennaio/febbraio 2021 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop .