Standardizzare i protocolli per lo scambio dei dati, garantire l’interoperabilità delle informazioni e stabilire un quadro normativo solido e implementabile. Sono i tre elementi che permettono alle iniziative di Open Finance (e, quindi, di Open Banking) di avere successo, secondo un’analisi della Bank for International Settlement (BIS, d’ora in poi).
Il report, intitolato “Opening doors to open finance: evidence from the international experience”, adotta una utilissima prospettiva globale, e non solo europea, includendo circa 95 giurisdizioni che, al 2024, avevano adottato una qualche politica “Open”. Andando a verificare dove questo paradigma sta performando meglio, in quali ambiti e, possibilmente, perché.
Questione di approccio
Gli obiettivi dell’Open Finance sono sostanzialmente gli stessi in tutte le geografie e in tutte le iniziative: stimolare la concorrenza e l’innovazione, tutelare il consumatore, migliorare l’inclusione finanziaria.
Non tutte le giurisdizioni, però, hanno scelto il medesimo approccio. Alcuni hanno optato per modelli regolamentari prescrittivi (come l’Unione Europea e il Regno Unito), altri per approcci “volontari”, oppure di mercato, in base a elementi locali e alla disponibilità di infrastrutture digitali.
Non è detto che una opzione sia necessariamente più efficace di un’altra: il modello prescrittivo europeo della PSD2, infatti, ha lasciato, come noto, alcune zone grigie, ad esempio per quanto riguarda la standardizzazione. E si guarda con grandi aspettative alla PSD3 proprio per sistemare questi aspetti.
Più offerta, ma la domanda?
Anche per questo, l’obiettivo di stimolare la concorrenza e l’innovazione è stato raggiunto, in alcuni casi, solo a metà. Nello specifico, nel lato della domanda. Guardando solo a Unione Europea e Regno Unito, il report stima lo sbarco sul mercato di almeno 4.500 fornitori terzi nel giro degli ultimi anni.
A questa maggiore offerta, però, non è sempre corrisposta una domanda altrettanto reattiva. Anzi. Ci sono stati ostacoli tecnici e tecnologici, ovviamente. La standardizzazione non ottimale della condivisione dei dati, ad esempio, ha impattato sulla customer experience, inficiando l’effettiva utilizzabilità dei servizi offerti dalle terze parti. Pesano, ovviamente, anche le complicazioni legate ai sistemi informativi legacy delle banche tradizionali.
Ma c’è anche e soprattutto un tema di servizio, di bisogno del cliente a cui dare risposta. Il report BIS ci dice che l’adozione dell’Open Banking è maggiore quando integra le disposizioni di pagamento, senza limitarsi alla condivisione e alla lettura dei dati.
Ci sono, ovviamente, delle eccezioni. In Corea, ad esempio, l’Open Finance ha conquistato 36 milioni di utenti unici e una media mensile di 20 call API a persona. A guidare l’adozione non è stata solo la maturità del paese sul fronte dei pagamenti digitali, ma anche la grande diffusione delle app di Personal Financial Management, che si basano appunto sull’aggregazione dei dati dai diversi strumenti finanziari del cliente.
Le specificità locali, quindi, pesano eccome. Tra i casi di maggiore successo citati dal report troviamo paesi come India e Brasile, in cui ampie fasce di popolazione sono state bancarizzate solo negli ultimi anni, da player nativamente digitali.
Il contributo all’inclusione finanziaria
L’obiettivo in cui l’Open Finance ha probabilmente performato meglio è invece quello dell’inclusione finanziaria e, in particolare, creditizia. La possibilità di condividere i dati relativi alle proprie transazioni ha infatti consentito di migliorare il monitoraggio del rischio, specie nei paesi in via di sviluppo.
Milioni di “underserved” hanno così avuto accesso al credito tout court, oppure hanno ottenuto condizioni migliori. Il report cita come casi particolarmente positivi in questo senso l’India e la Cina.
Ma i dati di mercato ci dicono che un fenomeno analogo, pur in scala minore, è avvenuto anche in Italia, a favore soprattutto dei cosiddetti “New to Credit”, le persone che non hanno una storia creditizia. Giovani adulti, lavoratori saltuari o informali, immigrati.
Le prossime sfide
Riuscirà quindi l’Open Finance a realizzare il suo pieno potenziale nei prossimi anni? L’esperienza di questi anni ha insegnato l’importanza di un bilanciamento tra obblighi di compliance, formalizzazione degli standard tecnici e, soprattutto, capacità di sviluppare use case interessanti ed economicamente sostenibili per tutti gli attori coinvolti. Non si va da nessuna parte, senza conquistare il consumatore e la sua fiducia.
Il successo sul fronte dell’inclusione finanziaria conferma che la domanda fondamentale da porsi è sempre la stessa: ora che abbiamo “aperto” il Banking, che cosa vogliamo farci?
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di maggio 2026 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop.