Pannelli e carri armati: la guerra in Ucraina riscriverà l’ESG?

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L’Unione Europea punta all’indipendenza energetica investendo nelle rinnovabili e nel green. Ma si copre anche le spalle, aumentando la spesa in armamenti. La disruption portata dalla pandemia e dalla guerra ci costringerà a riscrivere il percorso verso la sostenibilità?

Che ne sarà della transizione verso la sostenibilità dell’Unione Europea dopo il conflitto in Ucraina? Ce lo siamo chiesti tutti, dal primo giorno di guerra, e a distanza di qualche settimana è chiaro che nulla sarà come prima. Perché la strada imboccata dall’Occidente metterà in crisi almeno in parte i criteri ESG: accelerando sulle energie rinnovabili per conquistare maggiore indipendenza energetica, ad esempio, ma investendo al contempo più denaro in armamenti.

2% del PIL in Difesa. Quindi, in armi

Ed è su questo aspetto che la svolta sembra più evidente. I Paesi europei hanno annunciato un aumento della spesa per la difesa, fino a quel 2% del PIL con cui Trump pungolava i membri della Nato. Si è tornati a parlare di armi anche in Germania e si è sbloccata persino la storia infinita dell’esercito europeo, che pare prenderà forma nel prossimo futuro, sia pure con dimensioni garibaldine (si parte con 5mila uomini).

Definizioni flessibili

L’idea di finanziare le armi mette i brividi, per usare un eufemismo, alla Finanza Etica in senso stretto. Ma quando si parla di ESG, come noto, definizioni e standard sono ancora in assestamento e, probabilmente, si confermerà l’esclusione dalla lista dei “buoni e sostenibili” solo di alcune tipologie di armamenti. Una scelta pragmatica e politica su cui i mercati scommettono: basta guardare l’andamento dei titoli azionari legati alla difesa. E che manterrebbe l’azione dei Governi europei, almeno a parole, coerenti con la definizione di sostenibilità data dall’Unione.

L’energia è una questione politica, prima che ambientale

L’altro fronte aperto è quello energetico, dove la situazione impone di valutare diversi orizzonti temporali. Lo scoppio del conflitto in Ucraina ha reso evidente ciò che tutti sapevano: l’Europa, e l’Italia in particolar modo, è energeticamente dipendente dall’estero. E, nel caso del gas, dalla Russia in particolare. La transizione energetica è diventata una questione geopolitica. E la geopolitica imprimerà una velocità che, purtroppo, nessun allarme sul cambiamento climatico, anche supportato dal più rigoroso studio scientifico, avrebbe mai potuto dare: pensiamo agli scarsi risultati della COP di Glasgow.

Breve vs. lungo termine

Nel medio e lungo termine, l’Europa indirizzerà quindi risorse e investimenti sull’indipendenza energetica. Nel breve termine la storia cambia. Perché, allo stato attuale delle cose, la dipendenza dell’Europa dal gas russo è, al contempo, anche la dipendenza russa dall’acquirente europeo: un gasdotto non si costruisce in quattro e quattr’otto e un’eventuale interruzione lascerebbe la Russia senza un importante flusso di denaro. Ma la volontà di ridurre la dipendenza energetica potrebbe portare, oltre all’inserimento di nucleare e gas nella tassonomia UE di cui vi abbiamo parlato su questa rivista il mese scorso, anche alla riapertura delle centrali a carbone. Temporaneo, ovviamente, almeno negli annunci.

Il rischio di altri stop

C’è però un terzo aspetto da considerare. Le tecnologie alla base della transizione ecologica si basano su materiali rari, concentrati in determinati paesi, e vedono nel ruolo di protagonista la Cina, primo fornitore al mondo. Se il contesto geopolitico dovesse deteriorarsi, uno stop all’export cinese, per quanto improbabile, rallenterebbe moltissimo il passaggio alle energie rinnovabili.

La crisi del commercio globale

Un ulteriore shock al modello della globalizzazione, dopo quello vissuto dal 2020 a oggi a causa della pandemia. Che ha messo in crisi filiere produttive globali, aperto la strada alla carenza di semiconduttori e causato l’impennata dei costi di trasporto: la tratta Shanghai – Rotterdam, ad esempio, è rincarata del 500% solo nel corso del 2021.

Made in Europe, a che costo?

È ipotizzabile che si torni a parlare di reshoring, di riportare la manifattura in Italia, almeno in parte, per ridurre la dipendenza dai produttori esteri: in un mondo più piccolo, anche l’innovazione deve essere a chilometro zero. O quantomeno arrivare da un Paese alleato. E, visto che qualche giacimento di materiali rari (così come di gas) si trova anche nel nostro sottosuolo, chissà che la crisi geopolitica non metta la transizione ESG in crisi al punto di pensare all’apertura di nuove miniere, l’antitesi del green, anche in Europa.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di aprile 2022 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop

 

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