COP28: accordo sulla “transizione”. Ora, però, servono i soldi

cop28 risultati

Un passo storico per la diplomazia internazionale, l’ennesima operazione di facciata per le associazioni ambientaliste. L'accordo alla COP28 è stato raggiunto all'ultimo momento, ma c'è stato. E, almeno dal punto di vista formale, con alcune novità sostanziali.

Nonostante gli inviti del Segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha esortato a essere ambiziosi, perché sul clima “siamo quasi fuori tempo massimo”, le dure contrapposizioni politiche hanno portato a un lungo confronto. Con il rischio di un naufragio fino all’ultimo momento, quando poi si è trovato un compromesso “linguistico” che riflette un equilibrio politico.

Un confronto tra due parti

Dal punto di vista formale, alla COP28 si sono confrontati due gruppi di Stati. Il primo, che comprendeva anche l’Unione Europea, voleva inserire nella dichiarazione finale un riferimento al “phaseout” dai combustibili fossili. Cioè un’uscita, un abbandono, per quanto graduale.

Il secondo gruppo comprendeva l’OPEC (ma non solo), e quindi anche Russia e Arabia Saudita. Che nel corso delle trattative hanno conquistato una modifica linguistica con conseguenze importanti. Il “phaseout” ha lasciato il posto al “phasedown” una riduzione graduale dei combustibili fossili.

Tra uscita e riduzione, la differenza è sostanziale. Ed ecco quindi il compromesso sulla “transizione fuori”: ne usciremo, sì, ma con una fase di transizione che consenta a ogni Paese di gestire tempi e modalità, pur con degli obiettivi comuni che riprendiamo a breve.

Da qui l’indignazione dei massimalisti occidentali, che avrebbero voluto di più. Ma per capire comunque la portata del risultato ottenuto, basti pensare che è la prima volta che la dichiarazione ufficiale di COP28 cita esplicitamente i “combustibili fossili”. Anche questa volta, invece, la parola “petrolio” non c’è mai.

Clima e politica

La COP28 ha semplicemente confermato ciò che tutti sapevamo già. La mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico devono confrontarsi con la geopolitica. Non a caso la Cina ha mantenuto fino all’ultimo una posizione di equidistanza tra le due posizioni. Quasi a confermare il proprio nuovo ruolo di mediatore degli equilibri mondiali.

Le disparità di interessi e di potere tra un Paese e l’altro sono evidenti. Accanto alla UE, per la decisione di abbandonare in futuro i combustibili fossili, troviamo alcuni stati composti da singole isole, o da arcipelaghi. Luoghi come Tuvalu o Kiribati, paradisi naturali che potrebbero restare un ricordo. Ogni anno, i loro rappresentanti offrono eccellenti occasioni fotografiche ai media, specie se indossano qualche abito o accessorio locale.

Finita la COP, ce li dimentichiamo per un altro anno.

Ma l’eurocentrismo ci porta troppo spesso a considerare le posizioni degli altri Paesi come frutto di arretratezza e ignoranza. Stati come l’Uganda, in pieno sviluppo, hanno chiarito che sono sì preoccupati dal cambiamento climatico, ma non hanno intenzione di vedere azzerato, quasi da un giorno all’altro, il valore delle risorse naturali di cui dispongono i loro territori.

Ecco perché l’OPEC ha apertamente chiesto ai propri membri di opporsi a qualunque riferimento all’abbandono delle fonti fossili. La loro posizione è netta: abbattere l’uso delle fonti si tradurrebbe in un danno per l’economia mondiale.

E allora meglio non stravolgere tutto e puntare sulla tecnologia per usare le medesime fonti di energia, riducendo però l’impatto in termini di emissioni. Intercettando e immagazzinando la CO2.

Il fatto stesso che la COP28 sia stata organizzata negli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali produttori di petrolio, ha sollevato diverse critiche. Ma va visto come un gesto di realpolitik: non è pensabile portare il mondo verso l’energia rinnovabile, senza avere dalla propria parte i principali produttori di combustibili fossili e i paesi in via di sviluppo.

Davvero l’opinione pubblica occidentale è così ingenua da pensare che intere nazioni rinuncino alla loro principale fonte di entrate, che in alcuni casi li ha resi ricchissimi, anziché proporre un’alternativa? Ecco perché la strada della tecnologia, della cattura e dello stoccaggio dell’anidride carbonica, andrebbe rivalutata senza pregiudizi, all’interno di un piano più ampio di riduzione.

Le altre decisioni

La diatriba phaseout/phasedown ha infatti oscurato gli altri risultati ottenuti. L’obiettivo dello “zero netto”, o net zero, da raggiungere entro il 2050 grazie a tecnologie a basse o zero emissioni, in cui oltre alle rinnovabili troviamo il nucleare.

Ci sono – ovviamente – le già citate tecnologie per stoccare o utilizzare il carbonio, oltre alla produzione di idrogeno. Già per il 2030 si vuole arrivare a triplicare la capacità di energia rinnovabile, raddoppiando al contempo l’efficienza energetica.

Dalle parole ai fatti

Ma tutto questo fiorire di belle parole e migliori intenzioni non deve distrarre dalla vera questione ancora aperta. Servono fatti, non promesse. E per i fatti, servono i soldi.

Da Rio de Janeiro in poi, a ogni COP sentiamo mirabolanti dichiarazioni di massima, ma molte meno azioni concrete. Le parole contraddicono i fatti: ma è ai secondi che guardano imprese e investitori. Si muoveranno quando lo faranno gli Stati e la politica.

I precedenti, lo dicevamo, non aiutano. Dal 2020 a oggi i sussidi globali per i combustibili fossili, dice il Fondo Monetario Internazionale, sono cresciuti di 2 milioni di dollari, arrivando a un totale di 7 milioni.

Di converso, proprio nel 2020 dovevano arrivare 100 miliardi di dollari di finanziamenti dai Paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo, per sostenere le loro iniziative di mitigazione e adattamento. Quei soldi non sono mai arrivati. E, per la cronaca, oggi sarebbero insufficienti.

Si guarda quindi con un certo pessimismo al tema delle “compensazioni”. Alla COP27 era stato istituito un fondo per le perdite e i danni subiti sempre dai Paesi in via di sviluppo. L’effettivo finanziamento è stato rinviato alla COP28, che dovrebbe anche stabilire chi sarà a beneficiarne.

Sono molti soldi, sì, ma si tratta di dare un segnale anche e soprattutto agli investitori, per mobilitare i finanziamenti privati e fornire un sostegno concreto alla COP28. Che sia phaseout, phasedown o transizione, in fondo, poco cambia: l’importante è capire se si investe sul serio, o si chiacchiera soltanto.

 

La Rivista

Settembre 2026

Dare credito al futuro dell'energia

Le banche e la transizione green di consumatori, imprese e produttori di energia

Tutti gli altri numeri