Servono nuove metriche, maggiori competenze e anche partnership per riuscire a misurare un rischio emergente: quello climatico, che conquista la stessa importanza dei rischi economico-finanziari, in quanto capace di colpire direttamente i portafogli degli istituti di credito.
«Le banche si trovano sempre più esposte ai rischi climatici, suddivisi in rischio di transizione e rischio fisico – racconta Carlo Farina, Partner di Bain & Company.
Mentre il primo riguarda la perdita di competitività per settori o realtà non allineati a un’economia a basse emissioni, riflettendosi sui portafogli bancari nel medio-lungo termine, il secondo è legato agli eventi estremi: alluvioni e siccità, già causa di significative perdite economiche.
Con molteplici impatti direttamente sulle comunità e, di riflesso, sui portafogli delle banche».
Gli effetti del clima sui portafogli bancari
Ad esempio, l’alluvione in Emilia-Romagna che, secondo il broker assicurativo Aon, ha causato un danno economico di circa 10 miliardi di dollari.
A livello globale, nei primi 9 mesi dello scorso anno, i numerosi disastri climatici, aumentati anche d’intensità per via delle emissioni di CO2 e del riscaldamento globale, hanno portato addirittura a perdite economiche per 200 miliardi.
«Le banche stanno quindi integrando gradualmente questi rischi nei loro processi principali, sebbene la consapevolezza sia ancora in una fase iniziale e richieda ulteriori misure. Si può attingere dalle proposte dall’EBA, che ha delineato linee guida per la gestione dei rischi ambientali e sociali (ESG) – prosegue Farina.
È essenziale infatti adattare le pratiche bancarie alla realtà dei cambiamenti climatici in corso e garantire la stabilità finanziaria nel lungo termine».
Quali metriche per il rischio climatico?
Le banche devono quindi mettersi all’opera per comprendere questi rischi fisici e, soprattutto, misurarne le possibili ricadute finanziarie, andando a definire nuove metriche, innovative e prospettiche. Ovvero che tengono conto della gravità dei rischi climatici in diversi scenari di riscaldamento globale.
«Il primo passo è quindi identificare l’importanza dei vari pericoli per il portafoglio, sia attraverso una mappatura geografica per settore e segmento, così da individuare i portafogli più vulnerabili – spiega Ghizlene Azira, Associate Partner di Bain & Company – e concentrarsi, inizialmente, su quelli.
La banca deve poi sviluppare metodologie quantitative e qualitative, più o meno analitiche, per tradurre la probabilità e la entità di un evento climatico estremo in metriche finanziarie, come la perdita di valore di un immobile o la riduzione dei flussi di cassa per una società produttiva.
Solo a questo punto sarà possibile utilizzare le metriche finanziare “stressate” per integrare i modelli di rischio esistenti e valutare il rischio finanziario effettivo del portafoglio in esame».
Il cambiamento climatico tra le strategie di gestione del rischio
Questo non basta, gli istituti finanziari infatti devono anche portare a bordo nuove competenze, estranee all’ambito del credito, e diffondere una nuova cultura del rischio all’interno della rete di gestori che si interfaccia con la clientela finale. «Infine, è fondamentale che questi esercizi di misurazione si traducano in input per i principali processi di governo e direzione della banca – continua Azira –, integrandoli nel Risk Appetite Framework, nella pianificazione strategica, nei processi di credito e nello sviluppo di nuovi prodotti».
Mitigazione del rischio e resilienza dei territori
Le banche hanno quindi a disposizione varie strade per affrontare i rischi legati ai fenomeni climatici: dalla ideazione di strategie di pura mitigazione, come rivedere l’esposizione finanziaria dei portafogli su determinate aree, il pricing applicato e il Loan-to-Value; fino alla creazione di nuovi prodotti finanziari per rendere territori e clienti più resilienti. Come sta avvenendo anche nel mondo assicurativo. «Inoltre, le banche iniziano a offrire servizi di consulenza per valutare la vulnerabilità dei clienti, avvalendosi di un network di partner tecnici. L’obiettivo è equiparare la gestione di questi rischi a quella di altre dinamiche economiche e finanziarie e si stanno anche esplorando partnership pubblico-privato per ottenere ulteriori strumenti di supporto: iniziative che non solo proteggono le banche dai rischi climatici – conclude Farina –, ma che possono generare benefici tangibili per i territori in cui le istituzioni finanziarie operano».
Banking e rischi climatici: approcci differenti, nel mondo
Diversi livelli di maturità nella gestione dei rischi climatici, riflettono anche una differente percezione delle vulnerabilità verso questi fenomeni nel mondo. Ad esempio, negli Stati Uniti e in Canada i recenti eventi climatici, come incendi e alluvioni, hanno generato una maggiore consapevolezza tra gli istituti di credito e molti stanno di conseguenza adottando modelli predittivi e strategie di copertura per mitigare i rischi sui loro portafogli. In Europa, invece, le banche stanno affrontando la questione soprattutto sotto la spinta delle normative: diversi player stanno quindi sviluppando strumenti per valutare la vulnerabilità climatica dei territori in cui operano i clienti, ma spesso non riescono a estrarre il massimo valore da queste informazioni. «La tendenza a integrare le strategie di gestione dei rischi climatici è più evidente nelle banche multinazionali o di dimensioni maggiori, mentre le istituzioni più piccole, spesso con una forte concentrazione geografica dei loro portafogli, devono compiere maggiori sforzi in questo senso – avverte Azira. Queste banche possono trovarsi esposte a rischi repentini e significativi, che coinvolgono una parte rilevante della loro clientela».
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di gennaio/febbraio 2024 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop.