CBI e PwC, Digital onboarding e Check-IBAN: i servizi su cui punteranno le banche italiane

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L’Italia è ancora in ritardo nell’open banking ma le banche sono pronte a investire, in particolare digital onboarding e servizi di Check-IBAN. Secondo il primo “Global Open Banking Report” di CBI e PwC, infatti, l’attuale offerta di open banking si concentra su pochi servizi, tra i quali l’account aggregation, che è offerto da oltre la metà dei principali istituti bancari italiani, e il Check-IBAN (45% del totale delle banche).

A seguire, secondo l’analisi di CBI e PwC, i servizi di Personal Financial Management (36%), gli instant payment (27%) e i servizi di identity e digital onboarding (18%).

Guardando al futuro, i servizi di digital ID e onboarding e di Check-IBAN sono i servizi a valore aggiunto su cui le banche dichiarano di voler puntare.

Gli investimenti

La survey ha inoltre evidenziato che, sebbene negli ultimi 5 anni le banche italiane abbiano investito oltre 2,5 milioni di euro per banca per adeguarsi alla PSD2, nell’ultimo biennio è cresciuto il numero di istituzioni finanziare che ha investito più di 1,2 milioni per lo sviluppo di servizi commerciali open banking (22% nel 2019 vs. 27% nel 2021). Il trend conferma la crescente volontà degli operatori a investire nell’openbanking e su servizi legati al mondo della digitalizzazione e sostenibilità.

«L’Italia sta proseguendo il proprio percorso verso l’Open Banking anche se, ad oggi, il tasso di adozione è ancora contenuto sia a livello di operatori di mercato (13 TPP attive) che di utenti finali (es. meno del 5% utilizzano servizi Open Banking) – spiega Marco Folcia, Partner di PwC Italia, EMEA Payments & Open Banking Centre of Excellence Leader. In tal senso, i principali elementi che potrebbero stimolarne la crescita sono: l’incremento dell’awareness verso gli utenti finali sulle potenzialità dell’Open Banking ed i benefici associati, il miglioramento delle interfacce dedicate alle terze parti messe a disposizione dalle banche e lo sviluppo di iniziative di collaborazione, anche con operatori esterni al mondo finanziario, per diffondere una cultura Open fra player di mercato».

«L’Open Banking rappresenta una grande opportunità per l’industria finanziaria per creare innovazione collaborativa, a vantaggio della clientela corporate e retail, anche grazie al lavoro aggregativo di ecosistemi precompetitivi come CBI – commenta Liliana Fratini Passi, Direttore Generale CBI, insignita a novembre 2021 del titolo di “Woman in FinTech of the Year”. Le banche che continueranno a investire in innovazione tecnologica, competenze digitali e sostenibilità saranno le protagoniste della trasformata arena competitiva internazionale. Il report evidenzia infatti che siamo ancora in una fase iniziale di crescita e che ci sono ampi margini di sviluppo per gli operatori bancari che sapranno guardare oltre la compliance, verso l’Open Finance».

I dati globali

Lo spaccato tra l’Italia e il resto del mondo emerge chiaramente dall’analisi di CBI e PwC sull’open banking. A livello globale sono più di 60 i Paesi che hanno avviato iniziative in ambito Open Banking e si tratta di progetti voluti direttamente dal Regulator locale oppure portati avanti da operatori di mercato.

A confermare il fenomeno in atto sono i numeri: hanno raggiunto quota 4mila gli Accounting Servicing Payment Service Provider (ASPSP), cresce il numero di third-party provider (come IP e IMEL che offrono servizi di account information e payment initiation) a 500 (+300% sul 2019) e nel 2021 raggiungono i 2 miliardi di euro le acquisizioni in ambito Open Banking.

Per quanto riguarda l’offerta di servizi basati su API, lo studio condotto su 41 operatori di mercato rivela che, su un totale di 2.400 API rilevate, il 63% si basa su dati PSD2 relativi ad account information e payment initiation, mentre in misura minore (14%) cominciano a emergere servizi basati su investimenti, prestiti o dati assicurativi.



 

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