Banche, ecco come cogliere le opportunità del PNRR

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Marco Colombo, Managing Director Finance Italy di CRIF

«Un nuovo piano Marshall? Certamente col PNRR le cifre in ballo sono enormi», sottolinea Marco Colombo, Managing Director Finance Italy di CRIF. «In particolare la “rivoluzione verde e transizione ecologica” - la missione 2 del piano - pesa 60 miliardi sui circa 190 complessivi. Lo score ESG, sviluppato da CRIF con tecniche di machine learning su un patrimonio informativo di oltre 130 KPI, consente di distinguere le PMI tra quelle che hanno già avviato un percorso di trasformazione green e imprese che hanno spazio di investimento in sostenibilità. Purtroppo però la strada è ancora lunga».

I punti aperti del PNRR

Manca ancora un quadro operativo ben definito per la messa a terra del Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza. «Non è infatti chiaro come arriveranno i soldi stanziati alle imprese e quali somme transiteranno dai canali bancari – afferma Colombo. Non solo, manca chiarezza anche sulla destinazione di questi fondi: ovvero che cosa può essere finanziato e a quale titolo. I grandi temi legati al PNRR, come la digitalizzazione, l’innovazione, l’evoluzione green, tracciano sicuramente il percorso ma bisogna capire come costruire il prodotto che ruota attorno a questi ambiti nel rispetto del Piano Nazionale e a quale tipologia di azienda destinarlo: insomma, se creo uno strumento teso a rilanciare l’attività ecosostenibile di un’azienda ma quest’ultima mette in piedi dei processi produttivi non eco friendly, allora non dovrebbe nemmeno beneficiare di questi fondi messi a disposizione».

I dubbi delle banche

Serve dunque maggiore chiarezza per definire aspetti assolutamente centrali. «È un problema di definizione dei dettagli attuativi – chiarisce Colombo. Le banche ci stanno chiedendo come rispondere alle richieste degli imprenditori che si recheranno in filiale per ottenere i finanziamenti perché, data l’assenza di una procedura a livello sovranazionale, al momento non possono fare altro che offrire consulenza e indirizzare le imprese su aspetti più puntuali. Come CRIF siamo al fianco di 3 grandi gruppi bancari e a svariati istituti per definire dei modelli operativi validi per il PNRR e che non comprendano unicamente la sfera ESG, ma anche quella della innovazione digitale, una novità per il mercato. Come accaduto per il Superbonus, le banche che riusciranno a partire per prime avranno il vantaggio di posizionarsi come apripista sul mercato in ambito PNRR».

Imprese: comprendere i gap

Lato imprese, la complessità non si riduce. «Banche e imprese sono sulla stessa barca. È naturale che alcune aziende saranno favorite rispetto ad altre e che alcuni prodotti saranno ideati anche grazie alle convenzioni con determinate associazioni – aggiunge Colombo. Per non perdere l’opportunità offerta dal PNRR, le imprese dovranno capire quali gap presentano nelle loro strategie (a livello di inclusione, digital innovation, impatto ambientale, etc.), così da potersi confrontare con le banche e tracciare insieme un percorso in ottica migliorativa».

Punto uno: definire il target di clientela...

Dall’ascolto delle banche arriva il sostegno da parte di CRIF che si snoda primariamente su due fronti: quello commerciale e quello creditizio o di rischio. «A livello commerciale, abbiamo delineato una road map che punta su 3 leve: il primo è il targeting, per individuare le tipologie di imprese sulle quali iniziare a concentrarsi fin da subito; segue poi l’incrocio tra la tipologia di impresa e la gamma di prodotto, così da consentire a tutti i consulenti delle banche di spiegare al cliente se potrà accedere o meno ai fondi stanziati dal PNRR. Terzo livello è la costruzione di prodotti specifici per l’internazionalizzazione, la cyber security, etc. – elenca Colombo. Le banche, d’altronde, sono pronte a rinnovare la loro offerta per rispondere alle nuove esigenze del mercato».

... e nuovi strumenti di monitoraggio

C’è poi il secondo fronte di attività: ovvero quello legato alla gestione del credito e del rischio. Che richiede nuovi parametri e l’uso intensivo delle tecnologie più avanzate per il monitoraggio dei fondi stanziati. «Per comprendere, in un arco temporale alquanto lungo, quale sarà l’effettivo ritorno di questi investimenti è necessario implementare nuovi strumenti di monitoraggio – premette Colombo. Come accade per le tematiche ESG, strettamente legate al PNRR in quanto due facce della stessa medaglia, le banche hanno iniziato a modificare, complice anche la spinta dell’intelligenza artificiale, sistemi e modelli di scoring e valutazione. Anziché basarsi unicamente sulle posizioni finanziarie, si affiancano quindi parametri andamentali che risultano più efficaci del dato strutturale: il rating finanziario, quindi, migliora se il percorso green, le attività di inclusione e le iniziative digital sono positive. E finalmente, i parametri finanziari si affiancano dunque a indicatori gestionali e sociali che consentono di scattare una fotografia più aderente alla realtà. Purtroppo, però, fare compilare un questionario ESG a un’impresa non è così semplice, perché vuole capire subito il ritorno e l’eventuale beneficio diretto. Ed è per questo che come CRIF stiamo investendo molto nella diffusione dei questionari e nella raccolta dei dati, tramite una piattaforma digitale che rendiamo disponibile alle imprese (direttamente o tramite le banche) a titolo gratuito. Così come gratuitamente forniamo un’assistenza alla compilazione e anche il resoconto del questionario, l’autovalutazione ESG che l’impresa può utilizzare con i vari stakeholders e anche per se stessa, per definire dove migliorare e cosa fare. La macchina è avviata ed è solo questione di tempo».

La PSD2 può aiutare

Ulteriore arma in seno alle banche per conoscere al meglio la clientela impresa è poi la PSD2, che apre le porte all’account aggregation anche nel mondo corporate. «Grazie all’open banking c’è più trasparenza e si ottengono importanti parametri da utilizzare anche nei sistemi di monitoraggio – conclude Colombo. Inoltre, le aziende (così come gli individui) che scelgono di condividere le informazioni relative ai propri conti appaiono più virtuose agli occhi degli istituti di credito che, di conseguenza, avranno meno difficoltà a instaurare una relazione solida e ad accompagnarle verso progetti strategici e di crescita sostenibile».

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di settembre 2021 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop. 

 

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