Banche: tutte le questioni in sospeso

Riforme e bail in. Sono sostanzialmente due le fonti di tutte le “grane” che il sistema bancario sta affrontando. E dalla cui risoluzione passa il cambiamento epocale che il nostro settore bancario sta attraversando: sempre ammesso, ovviamente, che la soluzione del problema non si traduca in altri problemi.

Dubbi banche

Popolari: di chi si parla…

Procediamo in senso cronologico. La riforma delle Popolari ci ha regalato, finora, un estenuante totofusioni mediatico sul futuro assetto delle banche, tra richiami al Risiko e fame di annunci reali. Come in ogni racconto, ci sono alcuni personaggi principali al centro dell’attenzione: Banco Popolare, Banca Popolare di Milano, UBI Banca, seguite da BPER, le due valtellinesi, Veneto Banca e Popolare di Vicenza.

… e di chi si parla meno

E proprio come in molte storie, ci sono personaggi interessanti, anche un po’ “maledetti”, che restano sullo sfondo: di Monte dei Paschi di Siena si è parlato per breve tempo, se non per raccontare le difficoltà di darla in sposa. Non ci pensa neppure UBI Banca, non può (ma potendo scegliere, lo vorrebbe?) il BancoPosta delle ormai quotate Poste Italiane. Della questione apertissima di Banca Carige, con ligure riservatezza, si dice poco; e nulla si sa di Banca Popolare di Bari. Banca Etruria rientra invece nel “capitolo” bail in, di cui parliamo dopo.

Qualche osservazione:

1. Le scelte e gli obblighi. Senza scomodare la differenza tra matrimoni combinati e d’amore, ci limitiamo a osservare che ci sono fusioni ideali e altre meno. Per complementarietà territoriale, in primis. Ma anche per visioni convergenti di business e strategie. Siamo sicuri che le operazioni che vedremo annunciate nei prossimi mesi siano sempre le migliori scelte possibili?

2. Non ci sono solo le prime 10. La riforma delle Popolari ha “forzato la mano” alle banche che superano, come noto, gli 8 miliardi di euro di attivo. Ma nell’attuale contesto di mercato (difficoltà del credito, continuo inasprimento normativo, requisiti patrimoniali in crescita…) l’asticella per continuare a esistere si sta alzando sempre di più. Quanti e quali banche medie o piccole, oggi, possono affermare con certezza che saranno ancora libere e indipendenti tra cinque anni?

3. Il management. Le strategie non si improvvisano: quando si intrecciano una pesante evoluzione normativa e una galoppante innovazione tecnologica, una visione di medio termine non basta. Ci vuole una strategia di lungo termine, con un management coerente e coeso e una definizione chiara del modello di business da perseguire nei prossimi anni. Non tutte le realtà italiane possono contare su una squadra consolidata. Per non parlare della visione chiara delle future linee di crescita e sviluppo.

Chi salverà le quattro banche salvate?

Secondo tema in ordine di tempo: il “salvataggio” delle quattro banche (al solo scopo di venire incontro ai motori di ricerca, le elenchiamo: Banca Etruria, Banca Marche, Carife – Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio di Chieti). La creazione (temporanea) di quattro “banche nuove” è stata il preambolo della vendita di queste nuove realtà. Il futuro di filiali, dipendenti, clienti e territori passa da lì. E quindi:

1. Si sceglierà davvero di privilegiare una acquisto “a pacchetto” di tutte e quattro le banche? Da diverse settimane nei convegni di settore si parla di più “report” che dimostrerebbero il pesante impatto di un acquisto a pacchetto. Una pesante riduzione delle strutture centrali delle banche (leggi: licenziamenti), delle aziende di servizi (leggi: licenziamenti), un verosimile taglio delle filiali meno performanti (leggi: licenziamenti). Creare una nuova realtà dalle quattro banche precedenti crea efficienza nel conto economico: ma dal punto di vista dei territori (e della reputazione della nuova realtà su quei territori) quanto costerà?

2. E poi, acquistate da chi? Da un partner industriale o da un fondo di investimento? Perché è palese che gli obiettivi finali delle due categorie divergono, e di molto. Le conseguenze per gli attori coinvolti (dipendenti, clienti, territori) sono decisamente diverse.

3. Già che ci siamo: come verrà gestita la “bad bank”? Come verranno recuperati i crediti deteriorati, da chi e in quali tempi? I riflettori sono puntati sulle quattro banche nuove e su chi ci ha rimesso i soldi, ma della bad bank sembra non ricordarsi nessuno.

Che paura il bail in!

C’è un’altra, importantissima conseguenza del “salvataggio” delle quattro banche. L’espressione bail in fa paura, paurissima. Improvvisamente, la consapevolezza che avere più di 100mila euro su un conto possa tradursi in una perdita economica in caso di fallimento della banca si è diffusa tra la clientela. Il bail in ha rotto l’italica convinzione che “in fondo tutto si sistema”. Ed ecco quindi che una parte della clientela, soprattutto le imprese, corre ai ripari. Dovremo aspettare la pubblicazione delle prime trimestrali 2016 per avere una conferma di quella che, per ora, è solo una percezione che ho raccolto chiacchierando con manager di banca tra un evento e l’altro: la moltiplicazione dei rapporti delle imprese più liquide, che cercano di evitare lo sconfinamento oltre i 100mila euro E, ironicamente, finiscono per rivolgersi anche alle quattro banche salvate sul finire del 2015, secondo la celebre idea che un fulmine non colpisca mai due volte nello stesso punto. Vedremo quanti nuovi conti verranno attivati nel primo trimestre 2016: miracoli del bail in?

L’infinita questione delle banche di credito cooperativo

Ultimo punto, un nostro tormentone degli ultimi mesi. La riforma delle BCC. In attesa di un verdetto definitivo sulla “way out”, espressione inglese per indicare le modalità in cui uscire dal sistema del credito cooperativo, diventando una banca popolare, le polemiche di questi giorni mi portano a qualche riflessione.

1. Si può veramente pensare di tenere tutti insieme? Le polemiche e le accuse al Governo, complottismi compresi, della gran parte del mondo cooperativo non riguardano la possibilità, per una BCC, di trasformarsi in una popolare, ma il fatto che questa trasformazione sia piuttosto a buon mercato. Le ragioni della protesta (etiche, morali, fiscali, chi più ne ha più ne metta) sono numerose, ma stante l’impossibilità (o la non volontà?) di creare più di una capogruppo, davvero bisogna stare insieme per forza? Anche in questo clima?

2. Che ne sarà della singola BCC? Quale livello di autonomia avranno gli attuali vertici delle banche? Non è tanto una questione di licenza bancaria, quanto di ruolo: trasformare un Direttore Generale in una sorta di “Capoarea plus” (non me ne vogliano i Capoarea, il punto è un altro) è davvero il modo migliore per unire gli obiettivi della riforma con la natura mutualistica e la vicinanza al territorio? Dichiarazioni a parte, quanta autonomia resterà davvero alla banca?

3. Che cosa impedirà le “cordate” per diventare popolare? Al momento solo alcune BCC superano la soglia patrimoniale per trasformarsi in una banca popolare. Ma sono mesi che tra le banche di credito cooperativo si siglano sinergie e fusioni per crescere di dimensione. Questione di solidità ed efficienza, certo. Ma se la “way out” costa poco, la tentazione potrebbe essere forte. Soprattutto se quella uscita promettesse maggiore libertà.

 

La Rivista

Marzo 2026

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