Una indagine dell’area Pianificazione strategica, Research & Investor di Banca Monte dei Paschi di Siena svela come la finanza islamica non sia (ancora) un business profittevole in Europa e Nord Africa, ma potrebbe rivelarsi un’arma utile per attirare investimenti stranieri
Nonostante il grande successo ottenuto nei Paesi del Golfo e in Asia (e nel mercato UK, mosca bianca del Vecchio Continente), la finanza islamica è ancora in ritardo nel Nord Africa, nonostante la primavera araba del 2011 abbia aperto interessanti prospettive, e nel resto d’Europa. In base a una indagine dell’area Pianificazione strategica, Research & Investor di Banca Monte dei Paschi di Siena, che ha comparato la profittabilità delle banche islamiche in diversi paesi, da quelli ritenuti “core” (Asia e Medio Oriente) a quelli “non core”, cioè Nord Africa ed Europa, in cui i prodotti e servizi “Shariah compliant” sono ancora in ritardo e poco profittevoli.
I casi di successo
In Asia e in Medio Oriente, si legge nell’indagine, le banche islamiche e quelle convenzionali convivono: in alcuni casi, le banche centrali hanno però sviluppato una regolamentazione specifica, con la formazione di figure professionali esperte e iniziative di educazione finanziaria della clientela. E i risultati si vedono: in Malaysia, Indonesia, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar il settore è cresciuto rapidamente.
Concorrenza straniera in Maghreb
Nel Nord Africa, invece, la finanza islamica cresce a ritmi più lenti. In Egitto solo il 4,9% degli attivi finanziari sono legati alla finanza islamica, e in Tunisia e Algeria la percentuale scende, rispettivamente, al 2,2% e all’1,1%. Marocco e Libia non hanno, al momento, neppure una banca islamica. Tra le ragioni, lo scarso impegno dei governi in questa direzione e una normativa sui prodotti bancari Shariah compliant assente o poco sviluppata, con regimi fiscali in alcuni casi addirittura disincentivanti. La mancata remunerazione dei depositi, poi, si rivela un importante svantaggio competitivo in quei Paesi che vedono la presenza di banche straniere (basti pensare alle banche francesi nelle ex colonie Tunisia, Algeria e Marocco).
Il potenziale in Italia
Dall’altra parte del Mediterraneo, l’Italia è al momento priva di banche islamiche, con una offerta di prodotti e servizi Shariah compliant molto lontana dal potenziale offerto da 1,3 milioni di musulmani residenti (circa un terzo degli stranieri residenti e il 2% degli italiani). L’indagine di Banca MPS sottolinea come la diffusione della finanza islamica in Italia vada “considerata anche nel contesto della competitività del sistema paese, quale opportunità di business e strumento per migliorare la capacità dell’Italia di attrarre capitali dai mercati del Golfo”.
UK: principali islamic bank in perdita
Caso unico in Europa, invece, quello del Regno Unito, che conta cinque islamic bank e varie istituzioni finanziarie che offrono prodotti e servizi Shariah compliant. Qui però la mancanza di standardizzazione dei prodotti, dovuta all’incertezza giuridica sulla finanza islamica, frena la capacità concorrenziale di queste banche rispetto a quelle “convenzionali”. Il risultato è una profittabilità poco soddisfacente, con le maggiori banche che, pur riportando attivi in costante aumento, sono in perdita sin dalla loro apertura.
I casi di successo
In Asia e in Medio Oriente, si legge nell’indagine, le banche islamiche e quelle convenzionali convivono: in alcuni casi, le banche centrali hanno però sviluppato una regolamentazione specifica, con la formazione di figure professionali esperte e iniziative di educazione finanziaria della clientela. E i risultati si vedono: in Malaysia, Indonesia, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar il settore è cresciuto rapidamente.
Concorrenza straniera in Maghreb
Nel Nord Africa, invece, la finanza islamica cresce a ritmi più lenti. In Egitto solo il 4,9% degli attivi finanziari sono legati alla finanza islamica, e in Tunisia e Algeria la percentuale scende, rispettivamente, al 2,2% e all’1,1%. Marocco e Libia non hanno, al momento, neppure una banca islamica. Tra le ragioni, lo scarso impegno dei governi in questa direzione e una normativa sui prodotti bancari Shariah compliant assente o poco sviluppata, con regimi fiscali in alcuni casi addirittura disincentivanti. La mancata remunerazione dei depositi, poi, si rivela un importante svantaggio competitivo in quei Paesi che vedono la presenza di banche straniere (basti pensare alle banche francesi nelle ex colonie Tunisia, Algeria e Marocco).
Il potenziale in Italia
Dall’altra parte del Mediterraneo, l’Italia è al momento priva di banche islamiche, con una offerta di prodotti e servizi Shariah compliant molto lontana dal potenziale offerto da 1,3 milioni di musulmani residenti (circa un terzo degli stranieri residenti e il 2% degli italiani). L’indagine di Banca MPS sottolinea come la diffusione della finanza islamica in Italia vada “considerata anche nel contesto della competitività del sistema paese, quale opportunità di business e strumento per migliorare la capacità dell’Italia di attrarre capitali dai mercati del Golfo”.
UK: principali islamic bank in perdita
Caso unico in Europa, invece, quello del Regno Unito, che conta cinque islamic bank e varie istituzioni finanziarie che offrono prodotti e servizi Shariah compliant. Qui però la mancanza di standardizzazione dei prodotti, dovuta all’incertezza giuridica sulla finanza islamica, frena la capacità concorrenziale di queste banche rispetto a quelle “convenzionali”. Il risultato è una profittabilità poco soddisfacente, con le maggiori banche che, pur riportando attivi in costante aumento, sono in perdita sin dalla loro apertura.