Serve un’offerta assicurativa per la sharing mobility italiana

Serve un’offerta assicurativa per la sharing mobility italiana

Alla mobilità condivisa italiana manca un’offerta assicurativa dedicata. Lo sottolinea Pikyrent, operatore attivo a Bari, Bologna e Torino, evidenziando che la ritrosia delle compagnie assicurative pesa sullo sviluppo della sharing mobility in Italia.

La questione della sostenibilità di questo modello di business, ovviamente, è più ampia. Ma, come racconta la CEO di Pikyrent, Antonella Comes, «le compagnie assicurative, quando si tratta di RCA e infortunio conducente per veicoli immatricolati come “noleggio senza conducente”, tendono a rifiutare la copertura senza fornire dati o motivazioni che giustifichino tale scelta. Le poche che accettano di assicurare questi veicoli applicano premi esorbitanti e del tutto scollegati dal rischio reale».

Il rischio reale, come emerge dai dati del 9° Rapporto Nazionale sulla Sharing Mobility, è di 1 incidente ogni 300mila chilometri percorsi, restando sui dati italiani. Guardando al quadro europei, invece, vediamo che il rischio di lesioni gravi o fatali ai conducenti è in calo.

Il nodo degli atti vandalici

Diverso il tema delle coperture Kasko, che si intreccia con uno dei flagelli della mobilità condivisa: atti vandalici, furti parziali e furti totali sono un problema molto rilevante per il settore. E infatti, evidenzia Pikyrent, molti operatori sono costretti a ricorrere all’autoassicurazione.

Non è la stessa cosa

Si parla, però, di ambiti ben diversi. Per la RCA abbiamo il cliente della mobilità condivisa. Di cui abbiamo un profilo abbastanza chiaro, dopo 10 anni di esperienza di questo modello in Italia. E i dati ci dicono che è sempre meno rischioso, anche grazie al lavoro svolto dagli operatori sul fronte dell’offerta.

Per quanto riguarda la copertura Kasko, l’atto vandalico viene prevalentemente da un non-cliente. Specie per quanto riguarda la micromobilità: scooter, e-bike e monopattini.

Cosa succede all’estero

Il problema sembra legato al contesto italiano. Secondo lo studio Move to the Future di EY e Italian Insurtech Association, il 76% delle compagnie europee offre già prodotti per la micro-mobilità e il 71% ritiene che le polizze multimodali ed embedded saranno la nuova frontiera del settore.

In Italia, invece, le flotte in sharing, pur essendo per il 95% a zero emissioni e pienamente allineate al Green Deal, restano escluse da coperture specifiche, in un contesto dove il rischio reale è ormai marginale (0,5% del totale nazionale).

Operatori in difficoltà

Per il 2025 si stima un totale di 60 milioni di noleggi di veicoli condivisi, solo in Italia. Un aiuto determinante alla mobilità locale e green. Gli operatori, però, sono diminuiti del 20% in appena tre anni e il modello della mobilità condivisa è stato abbandonato in 16 città italiane. Prevalentemente capoluoghi di provincia medio-piccoli.

Ribadiamo il concetto: il problema non sono solo i costi operativi. Ci sono aspetti di vandalismo, di utenti indisciplinati (specialmente nella mobilità leggera), di parcheggi selvaggi. Ma, anche in questo caso, l’esperienza estera può insegnare molto.

Ci sono amministrazioni comunali che hanno scelto quale forma di mobilità condivisa adottare (ad esempio, rinunciando ai monopattini a favore di e-bike e scooter) e in quali forme (limitando il modello free floating in alcune aree della città, in cui è obbligatorio parcheggiare in aree ben precise).

E gli operatori stanno indubbiamente lavorando sulla selezione della clientela, con controlli più severi e politiche di pricing selettive.

Insomma: la mobilità condivisa si può fare. Per questo Pikyrent propone di avviare un tavolo tecnico nazionale tra operatori, compagnie assicurative e amministrazioni per definire standard comuni di copertura e pricing sostenibile. E, aggiungiamo noi, anche per uniformare le regole e la user experience, troppo spesso frammentate sul territorio.

E, poi, occorre la volontà di creare una business line assicurativa dedicata alla mobilità condivisa, basata su modelli pay per use e, soprattutto, sui reali dati di rischio.

«Le assicurazioni stanno perdendo un nuovo mercato miliardario e le città rischiano di perdere un alleato della sostenibilità che possa supportarle nel raggiungimento degli obiettivi 2030, ma anche nella sfida di potenziare in un’ottica multimodale il TPL a sostegno dei cittadini – conclude Comes. La sharing mobility non è un rischio: è un’infrastruttura economica. Trattarla come tale è anche un dovere istituzionale».

 

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