Serve un ripensamento dell’offerta Vita per le generazioni native digitali? Dalla previdenza complementare alle “classiche” polizze, ci sono diversi segnali della necessità di ripensare prodotti e modalità di distribuzione per rispondere alle esigenze, inedite, dei più giovani.
Non si tratta solo dell’impatto dell’invecchiamento demografico, ma dell’effetto congiunto di una serie di cambiamenti sociali, economici e tecnologici che portano Millennials e Gen Z ad avere bisogni diversi rispetto ai loro genitori e nonni.
I percorsi lavorativi frammentati e discontinui, ad esempio, ma anche lo spostamento in avanti dei “life changing moments”, gli eventi che cambiano la vita, come il diventare genitore o l’andare a vivere da soli.
La previdenza complementare è forse l’ambito in cui questo scollamento è più evidente. Nonostante siano note a tutti le difficoltà del sistema pensionistico pubblico, l’adesione alla previdenza integrativa resta concentrata tra i lavoratori delle grandi aziende e quelli che risiedono nelle regioni più dinamiche del Paese.
E, soprattutto, tra i meno giovani: i dati Covip ci dicono che l’età media degli aderenti, a fine 2024, era di 47 anni. E che gli under35 rappresentano meno del 20% di chi ha scelto la previdenza complementare.
Perché non si passa all’azione?
Non ci si può più “nascondere” dietro l’idea di una scarsa consapevolezza degli italiani. Il nostro paese ha una spesa pensionistica pari al 16% del PIL (il dato è il più elevato dell’OCSE, come rileva il Global Retirement Report di State Street), poco sostenibile nel lungo termine.
E i nostri connazionali lo sanno benissimo: quasi la metà dei lavoratori con meno di 35 anni, riporta la prima wave 2026 dell’Osservatorio Look to the Future di Athora Italia, ha valutato delle soluzioni pensionistiche integrative, senza però sottoscriverle.
D’altronde, basta entrare nel portale MyINPS con SPID (o CIE) per consultare la propria posizione e simulare la pensione futura, con tanto di indice di sostituzione. Che cosa impedisce il passaggio dalla consapevolezza all’azione?
In primis, le risorse scarse: si fa fatica a risparmiare, specie per accantonare risorse in ottica decennale. E, probabilmente, servirebbe una sana dose di innovazione anche per quanto riguarda l’offerta.
L’offerta è ancora inadeguata
Non a caso, le fintech attive negli investimenti e nel risparmio offrono già da qualche tempo la possibilità di sottoscrivere Piani Pensionistici Individuali con importi ridotti, intorno ai 50 euro al mese.
Ma il grosso dell’offerta tradizionale, sottolinea il Global Retirement Report di State Street, resta legato a prodotti relativamente costosi e con strategie di investimento conservative.
Se si considera anche che gli incentivi fiscali sono tutto sommato contenuti, l’adesione attrae poco i lavoratori meno tutelati, cioè gli autonomi e i più giovani. Per questi ultimi, poi, sembra particolarmente difficile rinunciare al TFR, oggi più che mai un “salvagente” in caso di imprevisti.
E, secondo un report Capgemini, la questione dell’adeguatezza dell’offerta alle esigenze degli under 40 è più ampia e riguarda l’intera offerta Vita. Che viene percepita come lontana dalle necessità dei nativi digitali, secondo quanto emerge dal World Life Insurance Report 2026, realizzato dal Capgemini Research Institute in collaborazione con LIMRA su un campione internazionale.
Il 32% degli under 40 intervistati considera le polizze Vita tradizionali “non in linea con la propria fase di vita”, con un 25% che ritiene che non abbiano benefici immediati e il 28% che le bolla come “troppo costose”. Si tratta di un evidente impatto del cambiamento socioeconomico: nel breve termine, il 63% non prevede di sposarsi e l’84% di avere figli.
Anche in questo caso emerge una consapevolezza del problema. Sono le soluzioni a essere inadeguate: il 68% degli under 40 considera una assicurazione sulla vita “essenziale” per avere un futuro finanziario solido.
Ma ha priorità diverse dalle generazioni precedenti. Si cercano vantaggi concreti, facilmente utilizzabili nel presente: un supporto economico d’emergenza, ad esempio, oppure una copertura per trattamenti legati alla fertilità.
Procedure e linguaggio complessi
C’è poi una questione di linguaggio e canali. Un potenziale cliente su quattro rinuncia all’assicurazione Vita a causa delle “procedure confuse” o del “gergo complesso”. Il 59% degli intervistati vorrebbe una interazione digitale diretta e il 77% desidera suggerimenti personalizzati, basati sui dati. La capacità di dare risposta a queste esigenze guiderà l’evoluzione dell’offerta per i prossimi anni.
Baby Boomer: privilegiati ma preoccupati
Il 69% dei baby boomer è in ansia per la pensione, secondo una ricerca commissionata da Moneyfarm. Solo il 24% conta di ricevere un importo adatto a mantenere un tenore di vita adeguato, anche perché molti di loro stanno sostenendo economicamente figli e nipoti.
E questo contribuisce all’incertezza: appena 3 baby boomer su 10, infatti, sono “certi” che le generazioni successive potranno aiutarli, in caso di necessità.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di maggio 2026 di AziendaBanca ed è eccezionalmente disponibile gratuitamente anche sul sito web. Se vuoi ricevere AziendaBanca, puoi abbonarti nel nostro shop.