Perché Pechino ha bocciato l’IPO di Ant Group?

Shanghai, 3 novembre. Una notizia irrompe in tutti gli uffici finanziari di mezzo mondo: niente quotazione dei record per Ant Group. Vediamo come ne hanno parlato i media cinesi.

ant group quotazione

A 48 ore dal lancio ufficiale, le borse di Shanghai ed Hong Kong hanno ritirato l’offerta. “La società non soddisfa gli standard nazionali”, hanno detto le autorità. Un duro colpo per Jack Ma, principale architetto delle rivoluzioni e-commerce e FinTech apportata dalla sua Alibaba.

La vicenda, raccontata dai media cinesi

L’IPO avrebbe dovuto iscrivere il suo gioiello nell’Olimpo delle grandi compagnie finanziarie mondiali. Invece il campione per eccellenza della new economy digitale del Dragone si è dovuto scontrare contro il niet di Pechino. Punizione esemplare per le parole ardite di Jack Ma che in un discorso da lui tenuto il 24 ottobre ha descritto le autorità bancarie cinesi di avere una mentalità “da banco dei pegni che non garantisce e supporta l’innovazione”, oppure c’è dell’altro? In realtà le tante considerazioni fatte anche dai media occidentali sono solo la punta dell’iceberg di una vicenda ben più complessa che deve prendere in esame diversi fattori.

Il grande appetito della “formica blu”  

Nata da una costola di Alibaba nel 2004 prima con il nome di Alipay e poi nel 2011 come Ant Financial, per diventare negli anni a seguire Ant Group, la piattaforma conta oggi oltre 700 milioni di utenti e un pacchetto di prodotti che hanno cambiato il volto del mercato finanziario cinese. Da un semplice e-wallet circoscritto al mondo e-commerce di Alibaba, Ant è divenuta a tutti gli effetti una sorta di banca digitale, forse la più grande della Cina allo stato attuale. Il suo più grande successo? L’aver trasformato la Cina in una vera cashless society. Niente più portafogli o contanti, per fare acquisti, per richiedere prestiti o fare transazioni, basta un’app sul telefono.

Tuttavia l’aggressività delle operazioni del gruppo sono state negli anni motivo di attrito tra la compagnia e le autorità, ma anche con l’opinione pubblica. Uno dei primi prodotti ad essere messi sotto inchiesta fu il fondo Yu’e Bao. Nato nel 2013 questo fondo di investimento aveva caratteristiche uniche. Non solo era possibile gestire il tutto dall’app del telefono, ma il limite minimo di deposito era addirittura di 1 yuan. Con circa 270 miliardi di dollari, Yu’e Bao diventò nel 2018 il più grande fondo di investimento monetario del mondo.

Con i grandi numeri arrivarono anche i primi segnali dalle autorità. La situazione del mercato azionario del Dragone di allora, con le continue altalene, era già fonte di preoccupazione per i mandarini di Pechino, ma la presenza di un fondo di tali dimensioni era un problema di rischio sistemico troppo elevato: un collasso di Yu’e Bao avrebbe portato sul lastrico milioni di piccoli risparmiatori. Pechino aveva capito: il settore fintech è cresciuto troppo e va regolamentato.

La svolta, i problemi e il mantra della stabilità di Pechino

La rivoluzione nel settore è avvenuta negli ultimi due anni dove abbiamo assistito ad un vero cambiamento nel core business di Ant Group. Attualmente è il credito ha generare quasi il 40% delle entrate ed un netto del 48% degli utili del gruppo. Da e-wallet, la piattaforma è divenuta un conglomerato tale che offre servizi finanziari e non, tanto che non vi è più un confine netto tra le due realtà economiche.

Due i prodotti principali:

  • Huabei, un sistema di credito per le spese giornaliere, i cui tassi di interesse al 15% sono al limite dell’usura;
  • Jiabei, un sistema di prestiti a breve periodo.

I numeri sono incredibili. I due servizi insieme hanno erogato prestiti ad un terzo della popolazione cinese. Il successo è stato tale che anche altri big tech come Tencent o JD hanno deciso di scendere in campo nel settore. Ma le autorità indagano ed i problemi aumentano.

Prestiti a rischio per la stabilità

Generalmente questi micro prestiti non superano i 300 dollari. Si penserà a poca cosa, ma non dobbiamo dimenticare che il tessuto economico cinese è fortemente eterogeneo e, specialmente nelle aree rurali, vi sono persone i cui salari non superano i 400 dollari al mese. Il nocciolo della questione è che molti prestiti concessi da Ant presentano un significativo grado di rischio. Gran parte dei prestiti erogati non provengono dalle casse interne aziendali, bensì dalle banche. Da giugno a novembre 2020, Huabei e Jiabei hanno erogato prestiti per 2,15 trilioni di yuan e quasi tutto verrebbe dalle oltre 400 banche con cui Ant collabora. Inoltre molti dei richiedenti neanche presentava le dovute garanzie di un salario stabile. Tutto questo si inserisce in un contesto dove negli ultimi anni si sono moltiplicati gli scandali, come i molti suicidi negli atenei cinesi di ragazzi che si sono visti impossibilitati a restituire i tanti debiti accumulati. Tutte tessere di uno scacchiere che la leadership cinese ha interpretato come un grave rischio alla stabilità interna del paese, sia sociale che economica.

Il discorso di Jack Ma e la risposta di Pechino

Per la leadership era venuto quindi il momento di agire e la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato proprio il famoso discorso del 24 ottobre tenutosi al Bund Summit di Shanghai. In realtà i segnali erano nell’aria sin dal novembre 2019. A più riprese gli organi di stato avevano espresso la necessità di rispondere al fallimento di numerose piattaforme P2P (peer to peer). E una regolamentazione del sistema dei micro prestiti tramite app fintech sarebbe stato il prossimo passo. Con molta probabilità lo stesso Jack Ma era a conoscenza dei controlli ed il suo duro attacco è stato letto come un gesto disperato per unire intorno a sé l’opinione pubblica.

Il risultato è stato totalmente l’opposto. Sebbene Jack Ma non abbia usato parole tenere ed abbia sottolineato alcune sacrosante verità circa il sistema bancario cinese, è pur vero che il suo decantato “supporto alle piccole aziende” non trova verità nei numeri: solo il 20% dei richiedenti prestiti ad Ant sono piccoli businessman. La stragrande maggioranza sono privati cittadini che spendono denaro per comprare prodotti, il più delle volte scontati, proprio nell’ecosistema e-commerce creato ad hoc da Alibaba. Molti importanti economisti cinesi hanno posto l’accento sulle contraddizioni in seno ad una app che “opera da banca, ma non è una banca”, mentre i normali cittadini si sono scatenati sui social network attaccando a testa bassa le parole di Jack Ma e chiedendo un intervento del governo.

Il 2 novembre la Banca popolare cinese (PBOC) e la China Banking and Insurance Regulatory Commission (CBIRC) hanno rilasciato una bozza di legge stabilendo nuovi standard nel settore dei microcrediti. Un punto in principale preoccupa Ant: per operare, chi erogherà il prestito dovrà avere un minimo di 5 miliardi di yuan ($ 758,3 milioni) di capitale sociale e che il 30% del prestito sia erogato direttamente dal prestatore. Ad oggi solo il 2% di quanto prestato esce dai forzieri di Ant. Per il gruppo significa un duro colpo, ma Ant è in buona compagnia. Stando ai dati ufficiali, la Cina ha oltre 200 piattaforme di microcredito online con operazioni interprovinciali e solo quattro di loro attualmente soddisfano i nuovi parametri.

What’s next?

Molti ritengono che l’intervento delle autorità sia stato più che necessario. In Cina c’è un accordo non scritto tra partito e cittadini, dove lo stato garantisce benessere economico e stabilità alla popolazione. Quando uno dei due cardini si incrina, il banco salta. I media occidentali hanno percepito l’interventismo di Pechino come un danno alla libertà d’impresa, ma tutti in Cina percepivano le avventure imprenditoriali di Ant come un rischio per il sistema finanziario. Benché il Dragone sia uscito vittorioso dalla lotta al Covid-19, la leadership è conscia che la ripresa è fragile. Tanti i disoccupati e tra gli imprenditori non vi è la stessa euforia di qualche anno fa. La Cina, benché in crescita, sta ancora risentendo dei contraccolpi.

Le nuove norme di erogazione dei micro prestiti sono destinate a cambiare gli scenari del settore fintech cinese. Molti interrogativi rimangono su quando Ant ripresenterà la sua Ipo. Come ha dichiarato Fang Xinhai, numero due della China Securities Regulatory Commission, “dipende dalla capacità dell’azienda di adeguarsi”. Da trionfo a fiasco totale. Come ebbe modo di dire Mao: “la rivoluzione non è un pranzo di gala”, e l’ennesima sfida di Jack Ma dovrà aspettare.

 

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