Metteranno nel mirino almeno una dozzina di aziende italiane nei prossimi 18 mesi. E la loro avanzata preoccupa moltissimo i manager. I fondi attivisti, però, non sono necessariamente un male, secondo i risultati di uno studio firmato Alix Partners.

Due su tre sono preoccupati
Dalle interviste, condotte su 500 aziende quotate in Europa (con un certo sbilanciamento sul mercato UK) emerge una certa inquietudine tra i top manager. Il 68% ha risposto di essere preoccupato dall’attivismo degli investitori: la percentuale è particolarmente alta nei settori Oil&Gas, Automotive e nei servizi finanziari (ci torneremo). “Gestire l’attivismo” è una priorità in crescita per il 65%: e a livello di settori spiccano telco, prodotti farmaceutici, vendita al dettaglio, beni di consumo.
La difficoltà nasce dal cambiamento…
Le aziende più preoccupate sono, giustamente, quelle che operano in settori in profonda trasformazione: se è vero che il digitale impatta sul business di tutti, non c’è dubbio che per qualcuno l’impatto è maggiore. Pensiamo al Fashion, settore in cui il mercato italiano vale 4 miliardi, ma le aziende nostrane ne fatturano 45 grazie all’export. Alla competizione globale si sommano la trasformazione del modello distributivo, operato anche dall’e-commerce (pensiamo alla piccola rivoluzione dei resi gratuiti) così come il progressivo tramonto del concetto di “stagione”, a favore di un rinnovamento più frequente dell’offerta.
… anche nei servizi finanziari
Ragionamenti analoghi si possono fare per il commercio, ovviamente. Telco e media sono in crisi (di identità, non solo di ricavi) da almeno dieci anni. E per i settori finanziari, beh, non c’è dubbio che siano in fase di grande trasformazione. E che attirino moltissimo l’interesse dei fondi attivisti: basti pensare agli investimenti di Bain Capital sui campioni nazionali dei pagamenti elettronici in diversi mercati.
Squali o risanatori?
La provocazione che emerge dai dati di AlixPartners (società di consulenza specializzata in “creazione del valore e risanamento della performance”) è particolarmente stimolante: i fondi attivisti sono davvero un male oppure, presentando piani industriali alternativi, possono rilanciare l’azienda, risolvendo inefficienze che il management non ha affrontato in tempo (e da tempo)? La risposta è, ovviamente: dipende. Dipende dal fondo, dalla società, dalle scelte degli azionisti, dalla solidità del piano industriale presentato.
Perché l’Italia
Per le aziende italiane, in particolare, si pone la questione della scala e della competizione globale. Il nostro Paese mantiene in diversi settori delle eccellenze, ma di piccole dimensioni: la nostra industria è frammentata. La capacità di creare aggregazione tra realtà diverse comporta anche la generazione di sinergie e di economie di scala. E l’ingresso di investitori attivi potrebbe, in alcuni casi, cambiare modelli immobili, spesso con governance non trasparentissime. Allo stesso tempo, le piccole dimensioni di molte società non facilita l’ingresso nei radar dei fondi internazionali.
La strategia di gestione? Manca
Tornando alla survey di AlixPartners, infatti, emerge che il 53% delle società quotate non ha idea di come difendersi dalla eventuale “offensiva” di un fondo attivista. Nessuna strategia: d’altronde, definirne una (per non parlare di implementarla) comporterebbe dei costi. Ancora peggio: nel 32% si segnala un basso livello di competenza interna nel trattare con i fondi attivisti. E la percentuale è particolarmente alta nei servizi finanziari. Il 57% delle aziende pensa che ricorrerà maggiormente a consulenti esterni nei prossimi 12-24 mesi.
Non tutti gli attivisti sono uguali
Da tenere presente, infine, anche un ulteriore trend evidenziato da AlixPartners: la specializzazione dei gestori attivi. Un termine ombrello che ormai comprende sia fondi che puntano a entrare e uscire da un’azienda in tempi brevi sia player che fanno investimenti più strutturati (e lungamente valutati) puntando al medio o lungo periodo.