Il private banking in Italia e nel resto del mondo. È un esercizio di comparazione quello messo in atto da AIPB e The Boston Consulting Group, che ha dato vita a un primo report, che sarà presentato nel corso del XIII Forum del Private Banking del 9 novembre.

In anteprima per la stampa, dalla ricerca “Il Private Banking nel Mondo” emerge come l’industria italiana del private banking abbia raggiunto un buon grado di maturità, con una crescita costante e un’elevata penetrazione del servizio tra le famiglie più abbienti: il settore gestisce infatti oggi quasi 800 miliardi di euro, il servizio di consulenza è diventato evoluto e la via verso investimenti più dinamici può sostenere anche lo sviluppo economico del Paese.
In Italia l’86% della ricchezza è gestita dai private banker
L’Italia è il quarto mercato più ampio dell’Europa Occidentale, con 4,5 mila miliardi di dollari in attività finanziarie nel 2016. Quello italiano è un mercato maturo e per questo motivo la crescita attesa della ricchezza risulta inferiore rispetto ad altre regioni: 2,9% all’anno contro la media europea del 4,4%. Ma la penetrazione del private banking in Italia è maggiore rispetto a tutto il resto del mondo: la media mondiale, difatti, si ferma al 41%, mentre in Italia svetta all’86%. Una percentuale che conferma il lavoro sull’evoluzione dei modelli di servizio e delle attività di consulenza fatta sui clienti. Ma pone, in modo prospettivo, una domanda sulla capacità di crescita ulteriore di questa industria: bisognerà aggredire altri bacini di ricchezza, non allocati quindi nel private banking.
Primo trend: polarizzazione della ricchezza
Emergono subito i primi trend, globali. La ricchezza si sta concentrando nei segmenti di clientela più alti: dal 2011 al 2021, le fasce più alte della clientela accumuleranno una quota sempre maggiore di patrimonio privato, quindi la fascia sotto il milione di euro si andrà a contrarre, mentre aumenterà il numero di clienti nella fascia superiore al milione di euro. Vale anche per l’Italia, anche se con un accento meno marcato: la fascia più alta crescerà infatti solo di un punto percentuale. D’altronde, in Italia l’industria si è focalizzata sulla fascia core che detiene un patrimonio tra 1 milione e i 10 milioni di euro (che ha un peso del 50% sulle masse gestite).
Secondo trend: la crescita dell’azionario
L’asset mix nei diversi Paesi è sicuramente diverso, ma l’azionario ha ampio spazio di manovra. Al momento l’equity rappresenta il 70% degli asset in America, il 36% in Europa e il 27% in Asia. Il bilanciamento dei portafogli italiani sarà quindi maggiore e punterà ad aumentare, anche se in piccola parte, la componente azionaria, grazie alla spinta della consulenza verso la diversificazione e la capacità di prendere rischi calcolati sugli obiettivi di rendimento della clientela. D’altronde, come sottolinea Gennaro Casale, Responsabile Financial Institution di BCG (in foto), «lo scenario di bassi tassi persisterà e la ricerca di rendimento dovrà passare attraverso una maggiore esposizione sull’azionario. Inoltre, i private banker, seguendo il principio della consulenza evoluta e avanzata, punteranno a una maggiore diversificazione dei portafogli della clientela, innalzando la componente di equity». «Dal 2021 – sottolinea Fabio Innocenzi, Presidente di AIPB – la diversificazione in Italia vedrà la stessa penetrazione di equity presente in Europa, mentre avranno meno peso reddito fisso e liquidità».
Terzo trend: la consulenza evoluta a pagamento
Rimaniamo nell’ambito dell’offerta, ma guardiamo la modello di servizio. In cinque anni la consulenza evoluta a pagamento si è fatta strada, tanto da pesare sul 20-25% della consulenza globale a livello mondiale. In Italia si ferma al 12%, questo perché questo tipo di consulenza comporta il riconoscimento di un mandato di consulenza che lega il cliente al pagamento di una fee sul servizio, e non sul prodotto. Naturalmente, l’industria segue questo trend, con l’obiettivo di promuovere maggiore neutralità nella consulenza e anche nella proposta bancaria. «La consulenza evoluta a pagamento – osserva Innocenzi (in foto) – ben si adatta alla fascia core del private banking italiano (1-10 milioni di euro) soprattutto per aumentare la quota di investimenti alternativi e meno liquidi (hedge fund, fondi di private equity e real estate), che offrono maggiore rendimento atteso al cliente ma che per ora hanno un peso marginale nei portafogli di investimento ma che potrebbero sostenere anche la crescita dell’economia reale».
Quarto trend: guardare alla famiglia
«Per evolvere, il private banking dovrà iniziare a guardare al nucleo famigliare e non più al capo famiglia – conclude Innocenzi. Le famiglie italiane hanno una fetta importante del proprio patrimonio allocata in attività non finanziarie (immobili, partecipazioni di famiglia, etc.) e bisogna accompagnarle quindi verso una diversificazione maggiore. Inoltre, questo trend è strettamente legato al delicato tema del passaggio generazionale».